América Latina, Fútbol, Rock'n'Roll

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10 giugno 2015

PURO FUTBOL: il calcio orrizzontale della Democrazia Corinthiana

In Brasile correvano i tempi della tirannia, ma anche i tempi in cui un filosofo poteva diventare un campione di calcio. Socrates e il suo Corinthians volevano rivoluzionare il mondo partendo dai campi di gioco e quando si resero conto che stavano scrivendo la storia, capirono che vincere o perdere non era poi così importante


Incapace di riprodurre una qualsiasi forma di autogestione, secondo molti opinionisti il calcio è un esempio classico di dittatura all’interno dello sport. I calciatori, che somigliano molto a un popolo, sono al servizio di un capo, l’allenatore, che decide con insindacabile intransigenza delle loro sorti. Al di sopra di essi il vigile presidente, col potere di licenziare per puro capriccio. Ma come accade con tutte le tenaci certezze, ci fu un momento in cui il calcio mutò la sua indole autoritaria e si trasformò in pura Democrazia. Accadde nella prima metà degli anni ’80 in Brasile, in un piccolo quartiere della periferia di San Paolo chiamato Bom Retiro, dove la buoncostume era di casa fra operai e braccianti. Qui, quegli stessi lavoratori immigrati che la sera dovevano guardarsi dalla polizia, fondarono dopo aver visto all’opera un team amatoriale inglese lo Sport Club Corinthians Paulista, per contrapporsi alle squadre elitarie del centro. Era il 1910.

Il giocatore che ha maggiormente incarnato lo spirito e i valori della squadra, eretto a simbolo eterno dai torcedores corinthiani, come si chiamano i tifosi del Timao, è senza dubbio Socrates. Chiamato così dal padre dopo aver letto La Repubblica di Platone, Socrates si iscrive alla facoltà di Medicina nel 1971. Contemporaneamente, la passione per la filosofia e le idee di libertà e uguaglianza crescevano in lui. Ma il dottore amava soprattutto le piccole squadre di futebol, nelle quali vedeva molte analogie con le prime organizzazioni sindacali inglesi e quando fu davanti alla fatidica scelta fra il calcio e la medicina, scelse il primo, con l’intento di rivoluzionare la società partendo dallo sport.

Gambe lunghe come un airone che gli valsero il soprannome di Magrão, agile come una gazzella e due piedi fin troppo piccoli per la sua altezza (che a malapena lo ancoravano a terra), Socrates era un centrocampista votato al palleggio e con una visione di gioco eccezionale, che gustava proiettarsi in avanti alla ricerca del gol ed armare i compagni con i suoi celebri colpi di tacco. Socrates non fu il miglior verdeoro di tutti i tempi, forse neppure il miglior giocatore corinthiano, ma di sicuro, come ricorda Pelè, è stato «il più intelligente giocatore brasiliano di sempre».

A distanza di anni le repressioni subite dalla popolazione povera brasiliana non si erano attenuate fra torture, esili politici e soppressione di ogni forma di dissenso, complice la dittatura militare che accompagnò il Paese nel ventennio ‘64-‘84. Una “dittablanda”, come amava chiamarla il generale cileno Pinochet nella macabra gara a chi mieteva più vittime, ma in prima fila con i suoi gorilas, così come vengono chiamati spregiativamente i conservatori in America Latina, nell’Operazione Condor che seminò il terrore in tutto il continente.

A volte però ci sono dei momenti in cui le persone giuste si trovano nel posto giusto, come un attaccante di razza su un cross in area di rigore. Tra il 1982 e il 1985, ultimi anni di dittatura, insieme a Socrates in quel Corinthians si ritrovarono due giocatori unici nel loro genere: il terzino sindacalista Wladimir e il centravanti ribelle Walter Casagrande (in Italia con le maglie di Ascoli e Torino). Furono loro tre i leader del quadriennio, insieme a Waldemar Pires Matheus, presidente centralizzatore ma tutto sommato buono, e Adilson Monteiro Alves, che di professione faceva il sociologo e che si ritrovò catapultato, senza alcuna esperienza, sulla panchina di una delle realtà sportive più importanti della storia. La conferenza per la presentazione dell’allenatore si trasformò in un’assemblea oceanica che durò sei ore: era l’inizio della Democrazia Corinthiana.

La Democrazia Corinthiana è un’utopia sociale ancor prima che calcistica, una delle più importanti forme di resistenza che osarono sfidare la dittatura brasiliana . L’idea che portava con sé questo «gruppo di persone che pensava diversamente» era semplice quanto rivoluzionario: dare libertà e far partecipare tutti alle decisioni del club. Da Socrates il fuoriclasse, al terzo portiere, da Adilson all’ultimo magazziniere, tutti avevano il diritto di esprimere la propria opinione, il leader come il gregario.

Si discuteva e si votava per qualsiasi cosa, nel pieno rispetto degli altri componenti e senza nessuna distinzione, tutti valevano uno e la maggioranza vinceva. Come quando si scelse di stampare il motto “Democracia Corinthiana” sulle magliette da gioco, dopo un dibattito all’Università cattolica di San Paolo al quale parteciparono Socrates e compagni; o quando i giocatori si presentarono in campo con lo striscione “Vincere o perdere, ma sempre con Democrazia”; o ancora quando esortarono il popolo a recarsi alle prime elezioni libere nel 1982. Il noi si era sostituito all’io.

L’obiettivo era di crescere sempre di più come squadra e di riflesso essere un esempio per tutta la società e con la caparbietà che contraddistingue i rivoluzionari, si ottenne. Veder giocare il Corinthians era come ascoltare della buona samba e infatti non era raro vedere i giocatori entrare in campo sulle note di Gilberto Gil. Vinse anche due campionati paulisti (’82 e ’83), un sogno per una squadra che non era abituata alle glorie e che doveva contendere città e rivalità con il San Paolo, lui sì il team abituato a vincere, arrogante e conservatore, vicino alla dittatura prima e al neo-liberismo poi.

Il club smise di essere marginale e divenne un simbolo di lotta e progresso. Intellettuali e artisti cominciarono a frequentare Socrates e compagni per il cambiamento che essi rappresentavano nel paese e per le idee che portavano avanti. Le vittorie oltrepassarono il significato puramente sportivo per abbracciare un valore storico. I giochi di potere per eliminare la parte progressista alle elezioni del Consiglio della società il 1° aprile 1985, giorno del 21° anniversario del golpe militare, rappresentarono la fine di quell’esperienza.

Socrates aveva già lasciato l’anno prima, con lui anche il ribelle Casagrande, e l’esempio di quella “ingenua Comune”, come quella parigina del 1871, si sgretolò. Magrão morì il 4 dicembre 2011 come predisse lui stesso: «Di domenica, nel giorno in cui il Corinthians vince il campionato» e i tifosi, in festa, resero omaggio al dottore-filosofo col pugno chiuso rivolto al cielo. La Democrazia Corinthiana portò con sé per quattro anni il sogno di libertà di un’intera generazione, ma soprattutto la consapevolezza che, quando stai scrivendo la storia, essere campioni in fin dei conti è un dettaglio.

articolo pubblicato il 25/12/2014


Pangea News // Essere campioni è un dettaglio

16 aprile 2015

Eduardo Galeano e le vene ancora aperte

Eduardo Galeano è stato maestro sublime dell’arte del narrare e dello scrivere, è stato formatore di coscienze critiche, esportatore di dignità e tante altre cose insieme, come dimostrano i messaggi di cordoglio che tutto il mondo sta riservando allo scrittore uruguaiano scomparso lunedì scorso.



Per mille ragioni don Eduardo ha appassionato queste persone, che hanno sempre trovano nelle sue pagine di critica feroce al colonialismo prima e al neo-liberismo poi – secondo lo scrittore semplicemente due distinti sostantivi che celano la stessa parola: sfruttamento – una chiave di lettura per comprendere al meglio il passato e l’attualità. Dai movimenti zapatisti ai governi bolivariani, tutta la sinistra latinoamericana si stringe attorno alla sua imponente figura, che aveva fisicamente in vita e che avrà intellettualmente per l’eternità.

Così come loro, anch’io sono stato folgorato dalla sua scrittura e da ciò che egli scriveva. Nel personalissimo pantheon riservato a chi ha influenzato i miei primi trent’anni di vita, Eduardo Galeano occupa un posto di assoluto rilievo. Mi ha insegnato che il sottosviluppo dei popoli latinoamericani, così come quello di tutti i popoli, è una conseguenza dello sviluppo altrui; che il saccheggio di una terra dalle infinite ricchezze e bellezze non si è arrestato ed anzi continua sotto forma di liberi mercati e firme su contratti miliardari. Mi ha insegnato a dare dignità ai popoli oppressi con il suo Le vene aperte dell’America Latina, che mi aprì la mente. Mi ha insegnato il valore sociale del fútbol in Splendori e miserie del gioco del calcio e che la stessa sorte che è toccata ai popoli, schiacciati dal significato materiale e immateriale del denaro e dalla corsa allo sviluppo a tutti i costi, è toccata anche allo sport più popolare. Ma mi ha anche insegnato che se si guarda bene a fondo, una qualche forma di resistenza alla modernità statuaria, vincente nel breve e per questo assai banale la si può trovare.

È sempre stato così presente ed importante in questi ultimi anni di formazione che volli inserire una sua citazione di critica al sistema neo-liberista anche nella mia Tesi di Laurea, forzando un po’ la mano. Ma necessariamente.

Sono sempre stato convinto che, in un parallelismo ardito e pericoloso, Galeano fosse culturalmente e criticamente per l’America Latina quello che Pasolini fu per l’Italia.

Come tutte le grandi personalità che ci lasciano dobbiamo essere felici anche nel momento di tristezza, non per quello che non potrà più insegnarci, ma per quello che già ci ha insegnato, per il suo lascito, per l’eredità che ora sta a noi portare avanti e alla quale continuare a dare un significato.

¡Adiós Maestro! ¡Hasta siempre Galeano!


Gianni Minà // Gennaro Carotenuto //  TeleSur

03 marzo 2015

America Latina: povertà e indigenza stabili nel 2014

Nel 2014 in America Latina i poveri sono stimati nell’ordine dei 167 milioni, 71 dei quali vivono in condizioni di povertà estrema o indigenza. Questo è il dato ufficiale comunicato dalla CEPAL, la Comisión Economica para América Latina y el Caribe, organo delle Nazioni Unite, nel documento Panorama Social de América Latina 2014 pubblicato lo scorso 26 gennaio.

© CEPAL, América Latina: evolución de la pobreza y de la indigencia, 1980-2014


Nello studio si legge che negli ultimi due anni la situazione non è migliorata, ma nemmeno peggiorata ed il dato della povertà nel subcontinente si assesta ancora al 28% della popolazione. La decelerazione della crescita economica latinoamericana ha fatto da freno ad una riduzione che durava ormai da molti anni e viaggiava a tassi elevati: solo venticinque anni fa i poveri erano 204 milioni, corrispondenti a quasi la metà della popolazione (48,4%).

Questa frenata, unita all’aumento della popolazione, si traduce in un incremento in valori assoluti sia dei poveri che degli indigenti di due milioni ciascuno: i primi sono passati da 165 a 167 rispetto all’anno precedente, i secondi da 69 a 71 raggiungendo il 12% della popolazione totale.

Il documento, che riassume un arco temporale di circa dieci anni, fornisce inoltre i dati riguardanti i singoli Paesi. Rispetto al periodo a cavallo del 2005, i trend migliori sono stati fatti segnare dall’Argentina, che ha diminuito la povertà di oltre 20 punti percentuali, passando da dal 24,8 al 4,3%; dato confermato anche per l’indigenza. Numeri elevatissimi anche per l’Uruguay che, sebbene facesse già registrare uno dei dati originari più bassi, ha saputo diminuire il numero dei poveri del 13% (da 18,8 a 5,7%). Anche Perù (-28,6%, da 52,5 a 23,9%), Brasile (-18,4%, da 36,4 a 18%) e Bolivia (-27,6%, da 63,9 a 36,3%) nell’ultimo decennio hanno viaggiato a ritmi decisamente alti.

Fra i 12 Paesi i cui dati sono disponibili per il 2013 (per Argentina, Bolivia e Messico non si conoscono) occorre segnalare la performance del Cile, che in un solo anno ha ridotto la povertà di 3 punti percentuali, e del Paraguay che fa segnare un ingente -8,9% , anche se rimane uno dei paesi col tasso più elevato. In Colombia la popolazione povera registrata nel 2013 si attesta al 30,7%, con una riduzione del 2,2%.

Un discorso a parte lo meritano sicuramente Messico e Venezuela. Il paese centroamericano è l’unico che a livello regionale fa segnare un trend diametralmente opposto: dal 2006 al 2012 infatti è stato registrato l’aumento sia dei poveri (+5,4%) che degli indigenti (+5,5%), passati rispettivamente al 37,1% e al 14,2% che, se si considerando i 118 milioni di abitanti (stime del governo messicano), equivale a dire circa 44 milioni di poveri e 17 milioni di indigenti, in aumento di oltre 6 milioni in soli nove anni.

Il caso del Venezuela invece è estremamente peculiare. Nonostante gli organismi che hanno attuato le rilevazioni nel 2005 e nel biennio 2012-2013 siano diversi, quindi i dati difficilmente comparabili, si nota una diminuzione di entrambi i valori, ma il trend nel corso del 2013 è in netta controtendenza. La percentuale di poveri registrata per quest’anno dall’Istituto Nazionale di Statistica venezuelano è infatti del 32,1%, in aumento di 6,7 punti percentuali rispetto al precedente; stesso discorso per il numero degli indigenti, che si attesta al 9,8% (+2,7%).

Al di là dei dati che fanno segnare i singoli Paesi, che dovrebbero essere analizzati in modo specifico data l’estrema eterogeneità delle singole realtà nel contesto latinoamericano, è il trend di stabilizzazione generale che occorre tenere maggiormente in considerazione.

Seppur ancora non preoccupante esso merita di sicuro una profonda riflessione, come conferma il Segretario Esecutivo della CEPAL: «la ripresa dalla crisi finanziaria internazionale non sembra aver generato sufficienti vantaggi per rinforzare le politiche di protezione sociale» ha dichiarato a margine della presentazione Alicia Bárcena, aggiungendo che «oggi, nello scenario di una possibile riduzione delle risorse finanziarie disponibili, sono necessari più sforzi per fortificare queste politiche, stabilendo solide fondamenta allo scopo di adempiere agli impegni dell’agenda di sviluppo post-2015».

Tanto è stato fatto in quest’ultimo decennio e, dati alla mano, tanti sono anche i meriti di chi ha posto in cima alle agende politiche le problematiche relative ai poveri. La sfida più difficile però comincia adesso ed è confermare queste politiche, prevedendo un processo inclusivo che permetta a queste persone non solamente di uscire dalla povertà, ma di non ritornarci. L’obiettivo rimane sempre quello: eradicare le cause che generano indigenza e per questo l’asticella finisce inevitabilmente per alzarsi.


CEPAL //  Panorama Social de América Latina 2014

19 gennaio 2015

Uruguay: la volta che la guerriglia occupò la Copa Libertadores

Il più grande radiocronista di sempre, la sua voce roca e la poesia del calcio che il popolo adora. Un gruppo di guerriglieri disposto a tutto per fare la rivoluzione e il Nacional de Montevideo, la squadra più seguita in assoluto, che si prepara a giocare la finale della Copa Libertadores. E così la telecronaca si interrompe e inizia l’inno dei tupamaros



Dall’inizio dell’Ottocento, quando conquistò la sua indipendenza, e poi di seguito negli anni avvenire, l’Uruguay è sempre stato considerato un semplice puntino sulla sterminata mappa dell’effervescenza latinoamericana, piccolo e tradizionalmente democratico, dove il più delle volte non accadeva nulla. Un motivo di fama mondiale, però, questa nazione trascurata l’ha sempre avuto: il suo calcio e i suoi mitici calciatori.

La passione per il futbol nella República Oriental esplose nel 1930, anno del primo Campionato Mondiale di Calcio, che la Celeste vinse in casa. Oltre alla nazionale, anche i club del suo campionato comunque, dominavano nel continente, specie nella decade del ’60, con il Peñarol che fu capace di vincere tre Coppe Libertadores ed arrivare due volte secondo nei primi sei anni della competizione. Lo stesso Eduardo Galeano, nel suo “Splendori e miserie del gioco del calcio” ammetteva: «Come tutti gli uruguagi, anch’io avrei voluto essere un calciatore».

Tuttavia, le gesta leggendarie di queste squadre sarebbero rimaste solo gesta senza leggenda, se non fosse stato per il grande mezzo di comunicazione dell’epoca: la radio, che le portava all’orecchio degli appassionati, e per la voce che le narrava e che tutto il popolo adorava, quella di Carlos Solé. Lo storico radiocronista uruguaiano fu secondo alcuni il più grande di sempre, tanto da essere accostato a voci internazionali come Frank Sinatra e il compositore di tango Carlos Gardel. Solé debuttò in radiocronaca nel 1935 a diciotto anni, commentando la partita fra Club Atletico Bella Vista, di cui era segretamente tifoso, e River Plate di Montevideo.

Don Carlos diventò famoso grazie al suo tono rauco e grave, che schiariva di continuo con dei leggeri colpi di tosse, frutto dei sigari e di un certo gusto per il whisky, che qualsiasi cronista tentò invano di imitare. Con quella voce metallica e terribilmente sonora, Solé fu il più trascinante commentatore uruguaiano della storia della radio, riuscendo a creare un proprio stile di cronaca infarcito di metafore per raccontare i momenti più avvincenti, come in Ungheria-Uruguay del Mondiale ‘54, quando raccontò il pareggio in rimonta dei sudamericani (che poi persero per 3 a 2) dicendo, subito dopo il gol del due a due: «Il leone sconfitto agita la sua criniera!».

Quattro anni prima, Solé fu il telecronista della storica finale fra Brasile e Uruguay, a tutti nota come Maracanazo. Fu lui ad urlare alla nazione incredula: «Ghiggia se le escapa a Bigode. Avanza el veloz puntero derecho uruguayo. Va a tirar. Tira. Goool, goool, goooool, goooooool uruguayo», mentre tutt’attorno, fin dove arrivava la radio, scoppiavano i pianti, si stringevano gli abbracci e si saltava sulle pancacce dei bar.

La cabina di commento nelle canchas uruguaiane era un teatro dove Solé metteva in scena le sue performance. La passione nel commentare la partita esplodeva fra quelle mura anguste dove il silenzio altrui era sacro, anche quando il suo incedere continuo gli provocava uno sforzo fisico notevole, al punto di terminare le trasmissioni completamente sudato: quando la temperatura in cabina aumentava, Solé si calava i pantaloni alle caviglie, si toglieva la camicia e a torso nudo continuava in questa posa da sauna fino al novantesimo.

Intanto, a metà degli anni ’60, le proteste per la situazione divenuta insostenibile invasero le strade uruguaiane con la nascita del Movimento de Liberación Nacional, meglio noto come Tupamaros, un movimento di guerriglia di estrema sinistra che faceva dell’azione, forse più che delle idee, il suo momento determinante. Le strade della protesta sociale e di Carlos Solé si incrociarono il 15 maggio 1969 quando allo stadio Gran Parque Central si disputò la finale di andata della Coppa Libertadores fra Nacional de Montevideo e gli argentini dell’Estudiantes de La Plata. Il paese intero aspetta la partita, lo stadio è traboccante e chi è rimasto fuori si stringe alle radioline che trasmettono le parole di Solé.

Ma c’è un gruppo di tupamaros che ha pensato di trasformare l’evento in un momento di propaganda politica con un’azione eclatante e così verso la fine del primo tempo, fa irruzione nella stazione radiofonica da cui trasmette Radio Sarandì e trova, seppur a fatica, la linea di diffusione. In breve tempo fuoriescono le note del “Cielito de los Tupamaros”, canto contadino divenuto manifesto dei guerriglieri. Gli apparecchi sintonizzati smisero di trasmettere le parole di Carlos Solé, che dalla sua postazione andò su tutte le furie, e mandarono un messaggio d’appoggio al 1° maggio e un appello alla lotta armata. La gente incredula, anche sulle gradinate, alzò il volume delle radio per ascoltare le parole di quei guerriglieri per tutto il secondo tempo.

Pochi giorni dopo, lo stesso gruppo recapitò una lettera di scuse a Carlos Solé con la quale spiegarono i motivi del sabotaggio: Radio Sarandí innanzitutto trasmetteva in tutto il paese e l’occasione di un avvenimento seguito coma la finale di Coppa Libertadores era impossibile da farsi sfuggire. La cassa di risonanza data dalla radiocronaca di Solé, poi, era semplicemente enorme: i tupamaros gli riconobbero di essere la persona più ascoltata dal popolo.

Il figlio del radiocronista, imprigionato durate la dittatura di inizio anni ’70, fu segnalato come uno degli artefici dell’azione, anche se lui stesso ha sempre negato il coinvolgimento, sostenendo di essersi aggregato ai guerriglieri più tardi. Con questa azione i tupamaros dimostrarono il ruolo centrale che ancora rivestiva la radio, uno strumento di propaganda efficacissimo e diretto, e in particolar modo la funzione del calcio che, non solo in Uruguay ma in tutta l’America Latina, non ha mai smesso di essere un potente catalizzatore sociale.

Il Nacional perse sia quella partita che la finale di ritorno, vedendosi negata la gioia del primo trionfo in Libertadores, ma all’uscita dello stadio c’è chi giura di aver esultato, non per un gol, ma per la vittoria della guerriglia tupamara.

articolo pubblicato il 28/10/2014


Pangea News

08 dicembre 2014

Blaxploitation: terra di confine tra cinema, musica e politica

La recente riscoperta dei b-movie, dai poliziotteschi italiani alla commedia sexy, ha riportato alla luce una serie di film che durante gli anni Settanta fece epoca negli Stati Uniti agitati dalle rivolte razziali, contribuendo a cambiare per sempre non solo il modo di pensare la cinematografia, ma anche l’intera società. Questa è la storia della Blaxploitation, terra di confine fra cinema, musica e politica.

http://www.nientepopcorn.it/blaxploitation-cinema-musica-politica/
© Questa Sera Niente Popcorn

Approfondimento curato con e per il social network cinematografico Questa Sera Niente Popcorn


QSNP // Blaxploitation Pride // Can you dig it? The Music and Politics of Black Action Films 1968-75

27 giugno 2014

Pier Paolo Pasolini - Scritti corsari

Gli interventi più discussi di un testimone provocatorio, un sottotitolo che meglio non potrebbe descrivere l'opera giornalistica ed intellettuale di Pier Paolo Pasolini. Questo libro non fa eccezione ed anzi rappresenta forse l'esigenza ultima dell'autore, quella di provocare nel lettore una reazione. L'obiettivo è quello di portarlo davanti allo "stato dell'arte" della modernità italiana e consentirgli di affrontarla con uno spirito critico che molto spesso non ha. Lo fa attraverso questa raccolta di articoli pubblicati su giornali e riviste fra il 1973 e il 1975, gli anni delle grandi stragi, della globalizzazione, del monopolio democristiano, del referendum sul divorzio, degli estremismi.
Pasolini affronta tutti questi temi con durezza e senza indulgenza, da intellettuale insomma. Quello che ne emerge è una società uscita dalla seconda guerra mondiale frastornata, passata molto presto dal fascismo del ventennio al fascismo del consumo. La critica probabilmente più importante che Pasolini muove verso la società degli anni '70, che oggi è drammaticamente ancora più valida, è verso la società dei consumi. Definito come il nuovo fascismo e più pericoloso culturalmente rispetto al primo, il consumismo è la caratteristica della modernità, cullata dalle onde di un progresso effimero, del benessere e dei beni di consumo il cui fine è «la riorganizzazione e l'omologazione brutalmente totalitaria del mondo». La democrazia cristiana promotrice di questo passaggio è un'altra vittima illustre dei suoi ragionamenti, colpevole principale dell'omologazione culturale e del passaggio dell'Italia da contadina e paleoindustriale ad una borghesizzazione vuota, «falsamente tollerante, americaneggiante». La chiesa, inoltre, reazionaria per definizione e indissolubilmente dalla parte del potere che «non può che agire al di fuori dell'insegnamento del Vangelo».
Scritti corsari sembra quasi un epitaffio, una summa delle posizioni pasoliniane sull'Italia e sul mondo moderno e forse non è un caso che sia stato l'ultima sua pubblicazione, a cavallo della sua morte. Spesso si sente ripetere che un libro o un pensiero siano ancora attuali, la maggior parte delle volte sono grandi banalità. In questo caso però non si può non sostenere che in Scritti corsari siano racchiuse alcune fra le più lucide e profonde riflessioni del più grande intellettuale italiano del dopoguerra; riflessioni senza tempo.


«L'uomo medio dei tempi del Leopardi poteva interiorizzare ancora la natura e l'umanità nella loro purezza ideale oggettivamente contenuta in esse; l'uomo medio di oggi può interiorizzare una Seicento o un frigorifero, oppure un week- end a Ostia.»

«Ho sempre pensato, come qualsiasi persona normale, che dietro a chi scrive ci debba essere necessità di scrivere, libertà, autenticità, rischio. Pensare che ci debba essere qualcosa di sociale e di ufficiale che "fissi" l'autorevolezza di qualcuno, è un pensiero, appunto aberrante, dovuto evidentemente alla deformazione di chi non sappia più concepire verità al di fuori dell'autorità.»

«I democristiani si sono sempre fatti passare per antifascisti: ma hanno sempre (alcuni forse inconsciamente) mentito. La loro strapotenza elettorale degli anni cinquanta e l'appoggio del Vaticano, hanno consentito loro di continuare, sotto lo schermo di una democrazia formale e di un antifascismo verbale, la stessa politica del fascismo.»

21 giugno 2014

Marcos cede il passo. Buone albe per l'EZLN

Dopo venti anni e mezzo di lotta il Subcomandante Marcos si toglie il passamontagna. Ad annunciarlo è stato lo stesso guerrigliero lo scorso 25 maggio sul palco de La Realidad, comunità autonoma della Selva Lacandona in Chiapas, in occasione dell’omaggio a Galeano, militante zapatista ucciso dai paramilitari lo scorso 2 maggio.



Lo ha fatto col suo stile classico, leggendo un lungo comunicato nel quale ha ripercorso le fasi dell’insurrezione zapatista, dagli albori del capodanno ’94 alla situazione attuale, concludendo appunto con un saluto ai compagni di lotta e con l’annuncio che l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale non parlerà più tramite la sua voce. Alle 2:08 del mattino, al termine della lettura scende dal palco: «Dichiaro che cessa di esistere il Subcomandante Insurgente Marcos», queste sono le sue ultime parole.

Si spengono le luci e un’orda di applausi accompagna l’uscita di scena del più conosciuto guerrigliero che l’America Latina abbia conosciuto dai tempi di Ernesto Che Guevara. Pochi minuti dopo si sente una voce fuori campo: «Buone albe, compagne e compagni. Il mio nome è Subcomandante Insurgente Galeano», tra lo stupore dei presenti che si chiedono se qualcun altro porta lo stesso nome; poi la stessa voce precisa: «mi hanno detto che quando sarei tornato a nascere lo avrei fatto in collettivo». Era l’epitaffio dell’ormai scomparso portavoce Marcos, sacrificato per lasciare il posto alla rinascita del militante Galeano.

Marcos è riuscito a resistere più di venti anni senza togliersi quel passamontagna divenuto un simbolo di lotta contro le ingiustizie e uno spauracchio per il potere. È riuscito a tenere segreta la sua identità per non regalare al governo messicano la possibilità di conoscerla e quindi di poterlo screditare davanti all’opinione pubblica, magari costruendone ad arte una immagine distorta. Lui che si è sempre proclamato un compagno come gli altri, messo a disposizione dell’EZLN perché sapeva parlare castigliano, capo militare ma lontano dal comando assoluto che rimane sempre nelle mani della comunità indigena. È quindi soprattutto grazie a Marcos se le vicende zapatiste sono state conosciute in tutto il mondo, perché attraverso di lui gli indigeni hanno sempre parlato.

Forse si chiude un’era, magari solamente un capitolo o forse non cambierà nulla. Di sicuro le ripercussioni di questa decisione, così come i motivi ancora sconosciuti, si comprenderanno veramente solo in un secondo momento. Per ora cessa di esistere la sua figura, ma non cessa di esistere la sua anima, perché come ha sempre ricordato, dove esisterà sfruttamento là esisterà anche un Marcos: «Se volete sapere chi c’è dietro il passamontagna, è molto semplice: prendete uno specchio e guardatevi».


Comunicato // Latinoamerica

27 maggio 2014

Calcio: dalla tragedia di Superga, l’eterna amicizia tra Torino e River Plate

L’incidente aereo che pose fine agli anni d’oro della squadra granata, spinse l’allora presidente del River Plate, Liberti, a un gesto di solidarietà verso le famiglie, che poi divenne amicizia. Per anni, le rispettive maglie da trasferta ricordavano la squadra amica. Domenica, entrambe si giocheranno molto in 90° minuti



La storia che lega Italia ed Argentina è vecchia come il mondo e il calcio ne è una conferma. Basta pensare a tutti i giocatori passati da un campionato all’altro, andata e ritorno. La caccia al giovane argentino è sempre aperta, non segue le date del calciomercato; tanto più se, come quasi sempre accade, quel ragazzo ha avuto nonni italiani. E come dimenticare gli oriundi, calciatori di origine straniera naturalizzati italiani, sempre d’attualità nella penisola e a volte anche campioni del mondo con gli Azzurri.

Da sessantacinque anni però, questa storia di vicinanza è alimentata da qualcosa che va al di là dei nomi, un’amicizia che lega a doppio filo due squadre di calcio ai lati opposti dell’Oceano Atlantico: Torino e River Plate.

Tutto comincia quel tragico 4 Maggio 1949, quando l’aereo che trasportava i giocatori granata di ritorno da Lisbona, si schianta contro la collina di Superga e sbarca i suoi passeggeri nella leggenda: Il Grande Torino, vincitore di 5 scudetti consecutivi e simbolo d’unione in un paese a cavallo fra dittatura e democrazia, muore insieme all’equipaggio ed ai giornalisti al seguito.

La notizia della morte degli Invincibili fece il giro del mondo ed arrivò naturalmente anche nella sede del River Plate, scuotendo in modo particolare il presidente del club Antonio Vespucio Liberti, di chiare origini italiane. Liberti fu per quattro cicli alla guida della società, con la quale si aggiudicò svariati campionati e, quando morì, lo stadio Monumental, che contribuì a costruire e dove ancora oggi gioca le sue partite casalinghe il River e la Nazionale argentina, prese il suo nome.

Proprio Liberti è la prima figura che accomuna i due club: nel corso del 1957 infatti, anche se per un solo mese, ricoprì addirittura la carica di presidente del Torino.

Tornando a quel 1949, la società rioplatense fu fra le prime ad attivarsi, non solamente con dimostrazioni d’affetto e cordoglio, ma organizzando una storica partita amichevole che servì per aiutare le vedove e le famiglie dei periti nella tragedia. La partita fra il Torino-Simbolo, formazione composta dai migliori giocatori italiani del momento, e il River Plate di Di Stefano, Labruna, Lostau e Carrizo si giocò a Torino il 26 maggio di quello stesso anno e terminò 2-2.

Tre anni più tardi, il 16 gennaio 1952, è di nuovo l’occasione per rinnovare il legame fra le due squadre. Questa volta è il Torino che vola a Buenos Aires per una partita amichevole che terminò 3-3. La squadra italiana, uscita devastata anche moralmente dalla tragedia, non era più quella di pochi anni prima, ma il ricordo era ancora vivido e l’accoglienza fu quella che si tributa alle più alte personalità: nelle foto che ancora oggi ricordano l’incontro, nell’ambasciata italiana a Buenos Aires, a fare gli onori di casa fra atleti e dirigenti si riconosce addirittura Juan Domingo Perón.

Dopo questi, non vi furono più incontri fra le due squadre. Non sono mai mancati però segni di vicinanza fra le società, che spesso nella storia hanno utilizzato come seconda, la maglia ufficiale con i colori dell’altra squadra: bianca con banda in stile Millonarios di color granata per il Torino (l’ultima volta nel 2007-2008), granata con inserti bianchi per il River Plate (ultima nel 2005-2006).

In tempi più recenti un altro nome particolarmente caro ai tifosi del River Plate ha legato la sua vita professionale anche al Torino: Enzo Francescoli, per tutti il Príncipe e per alcuni InmEnzo. Il fuoriclasse uruguayano, fra i due vincenti cicli argentini giocò infatti una stagione anche nel club piemontese.

Ora, a suggellare nuovamente questa amicizia, arriva una mostra ad essa totalmente dedicata. I locali di Villa Claretta Assandri a Grugliasco (TO), sede del Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata, in collaborazione con il Museo River Plate, fino al 13 luglio ospiteranno “Eterna Amicizia, Eterna Amistad. River Plate e Torino, amici per sempre”. In esposizione numerosi cimeli storici, articoli di giornale sulle partite disputate fra il ’49 e il ’52, una collezione di maglie dei Millonarios in versione granata (fra cui quelle di Ortega e Mascherano) e un ricchissimo repertorio fotografico. A sancire il tutto è stata coniata per l’occasione una spilla commemorativa.

Domenica entrambe le squadre si giocheranno la partita più importante degli ultimi anni: il River cerca la vittoria del campionato che manca dal Clausura 2008, il Torino l’ingresso in Europa addirittura dal 1994. Due partite che potrebbero valere finalmente un riscatto dopo anni di incubi, durante i quali entrambi hanno conosciuto la serie B.

In una simbolica staffetta (alle 20.45 l’una e alle 22.30 italiane l’altra) si tiferanno a vicenda, a migliaia di chilometri di distanza, in memoria di un legame che li unisce da sessantacinque anni e che mai come oggi è vivo, perché come diceva Pablo Neruda una amistad eterna no tiene fin.

articolo pubblicato il 15/05/2014


Pangea News // Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata // Museo River Plate

28 marzo 2014

Obama non ha fatto shopping nella Capitale?

Shopping in Via dei Condotti prima del summit

Roma – Povertà, F35 e Dolce Vita: a Roma per una tappa del suo viaggio in Europa, il presidente statunitense Barack Obama, non ha rinunciato alle frivolezze.

Definito come un presidente "part-time" dal settimanale americano Time - dei primi quindici mesi del suo secondo mandato ne ha passati solo la metà alla Casa Bianca, il palazzo presidenziale -, alla vigilia della giornata che prevedeva l’incontro con Renzi ha cenato nel giardino dell’hotel Eden, dove ha alloggiato con la sua delegazione. Sedendosi al "tavolo Fellini", in precedenza riservato al regista, ha scelto come visuale la cupola di San Pietro. "Come cattolico fervente – ha fatto sapere l’hotel -, ha preferito, sulla terrazza panoramica, l'angolo con vista sul Vaticano".

Conosciuto per i suoi amici VIP, dalla modella ed attrice Eva Longoria alla coppia Beyoncè-Jay Z, il presidente, per alleggerire la sua agenda, si è concesso una qualche ora di shopping in Via dei Condotti.
Accompagnato da un amico romano, ha acquistato abiti di Valentino e Prada. "Apprezza molto le nostre linee dal disegno esclusivo", confermano presso le boutique. Presso la gioielleria di Gianni Bulgari poi è andato alla ricerca di un dono per la moglie Michelle. Il pezzo preferito? "I pendenti di conchiglia in giaietto, minerale fossile di 30 mila anni". Il suo prezzo base è di 50 mila euro, ma il modello "bling bling" con diamanti incastonati, raggiunge i 100 mila.
Il presidente Obama ha anche ammirato la collezione di orologi Nicolas Rieussec nella gioielleria di Montblanc, il cui costo medio è di 8 mila euro.

Ospite con charme, per ottenere la decorazione perfetta per il suo tavolo presso la residenza di Washington, si è affidata all’ultrachic negozio di biancheria vicino, Pratesi. Di culto tra le star, nel divorzio da Brad Pitt, Jennifer Aniston avrebbe lottato per mantenere il corredo "made in Pistoia". Il marchio vanta fan del calibro di Elizabeth Taylor.
L’asciugamano di cotone egiziano tessuto in Italia e decorato con pizzo, vale 6 mila euro.

Per la camera da letto, il capo di Stato americano ha scelto un set di lenzuola matrimoniali (1.000 euro), così prezioso che "dormire in loro è un'opzione", secondo le parole di Athos Pratesi, fondatore dell’azienda tessile che continua ad aprire filiali in tutto il mondo.

Articolo originale di M.E. Fiaschetti per Il Corriere della Sera, giugno 2008
Traduzione di M.E. Ray per La Nación, 6 giugno 2008
Traduzione ed adattamento personale, marzo 2014



Questo articolo è ovviamente frutto di fantasia: Obama non ha fatto shopping durante la sua visita romana dei giorni scorsi, ma si è limitato agli incontri istituzionali di rito e ad una breve visita turistica. Quello scritto sopra è l’adattamento (pessimo, perdonatemi) di un articolo falso e diffamatorio, risalente al giugno 2008 e scritto da Maria Egizia Fiaschetti, giornalista del Corriere della Sera, riferito alla Presidenta argentina Cristina Fernández de Kirchner in occasione della sua visita a Roma per partecipare ad un vertice FAO.
Pura fantasia come detto, però è quello che forse avrebbe dovuto scrivere il quotidiano milanese, se fosse stato coerente.

Nell’articolo originale (disponibile in rete solamente sul sito de La Nación, che prontamente riportò la notizia), di cui si è parlato molto, la giornalista riportava dello shopping sfrenato e frivolo della Kirchner in compagnia di un’amica romana, con tanto di liste della spesa, marchi, cifre e parole dei dipendenti.
Subito dopo l’articolo diffamatorio, la Presidenta invitò il giornale a rettificare (non era nemmeno a Roma quel giorno), il quale in risposta pubblicò solamente una nota governativa argentina senza una smentita vera e propria.
Da qui la causa intentata contro la giornalista ed il direttore dell’epoca Paolo Mieli. Causa vinta nel maggio 2013 e risarcimento di 41 mila euro donato ad un ospedale pediatrico di La Plata.

Allora perché, mi chiedo, un articolo come questo non è stato scritto anche per Obama?
Perché in primis tutto ciò non è successo - ma non basta, anche nel 2008 non successe nulla.
Perché Cristina Kirchner è la presidente di un paese non-allineato, talvolta scomodo - ma per Putin, per dirne uno, non si sarebbe mai scritto un articolo del genere.
Perché Cristina Kirchner è donna, quindi frivola per definizione, qualsiasi posto occupi: un’idea misogina ancor più grave perché scritta da un’altra donna - ma anche qui tanti dubbi, difficilmente per la Merkel avrebbero fatto altrettanto.

No, dev'esserci per forza un'altra spiegazione. Questa è l’ennesima dimostrazione che in Europa si sminuisce e si arriva anche a non riconoscere il ruolo di certe persone all’interno di un continente che ha scelto un modello diverso ed integrazionista e che, a differenza di questo continente, continua a produrre sviluppo diminuendo le diseguaglianze fra il proprio popolo.

Ricordo (a memoria) le foto di un Chavez intubato e morente gettate in prima pagina su El País, che presto si scoprirono tratte da un filmato su Youtube. Ricordo il trattamento riservato all’aereo presidenziale del boliviano Evo Morales, accusato in maniera infondata di trasportare la talpa Edward Snowden, dirottato a Vienna dopo che mezza Europa meridionale vietò di sorvolare i propri territori (solo successivamente si è scoperto che fu proprio l’ambasciatore statunitense dalla capitale austriaca a diffondere la falsa notizia [vedi Latinoamerica n°124-125-126, pagg. 50-51]). Ricordo le recenti manipolazioni delle foto dei disordini in Venezuela (senza esprimere giudizi in merito, non è questo il momento).

La risposta alla domanda precedente – “Allora perché?” – è che questi sono tutti tentativi di screditare un processo politico che non piace tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, del quale questo articolo rappresenta solamente l’ennesima pagina piena di amarezza.

Sul difficile rapporto fra stampa e governi latinoamericani basta pensare alla Ley de Medios varata proprio dal governo argentino e fortemente osteggiata dai grandi gruppi editoriali, Clarín in testa.

In chiusura, a questo proposito ci vengono in soccorso le parole di Ricardo Patiño, Ministro degli Esteri dell’Ecuador, che intervistato da Gianni Minà [vedi LA già citato, pag. 45] risponde così ad una domanda sul loro rapporto con stampa occidentale:
«Una delle lotte più dure che abbiamo sostenuto è stata quella con l’elite dell’informazione nel nostro paese. I media erano abituati a decidere della politica in Ecuador, e non solo loro ma diciamo un consorzio internazionale, la Società interamericana della stampa e molti altri organismi mondiali, che rappresentano appunto i proprietari dei maggiori media e che sono abituati ad assoggettare i paesi. Nel caso del nostro governo, non abbiamo mai abbassato la testa e quindi per loro è stato sconveniente che un paese agisse per proprio conto e senza assoggettarsi a ciò che viene dettato dai mezzi di comunicazione. È per questo che non solo ci ignorano, ma danno vita a campagne di stampa gigantesche contro di noi.» 


La Nación // Pangea News // Gennaro Carotenuto // Latinoamerica

10 marzo 2014

Marta Durán de Huerta - Io, Marcos

Curato da Marta Durán de Huerta, la prefazione della versione italiana di questo libro non poteva che essere affidata a chi forse più di tutti ha fatto conoscere il Messico in Italia tramite i suoi scritti e le sue memorie, ovvero Pino Cacucci.
Uscito in prima edizione messicana durante quel fatidico anno 1994 a pochi mesi dalla sollevazione di capodanno, quando l'Ejército Zapatista de Liberazión Nacional occupò San Cristóbal de las Casas ed altre città dello Stato sud-orientale del Chiapas, l'intento del libro, dichiarato dalla curatrice, è quello di «riscattare ed esporre il pensiero degli indios zapatisti».
Ed è proprio questo quello su cui è incentrato Io, Marcos e non sulla definizione della figura del Vicecomandante come parrebbe dal titolo, alla quale lui stesso - in questa che è nei fatti una lunghissima intervista - sfugge continuamente. D'altra parte è proprio Marcos a dirci chi si nasconde dietro questo alone mitico: «se volete sapere chi c'è dietro il passamontagna, è molto semplice: prendete uno specchio e guardatevi» dice, così come non importa realmente il posto nel mondo in cui stai combattendo, non importa per nulla il colore della pelle o a che latitudine od altitudine vivi, se hai il volto scoperto o celato dietro un velo che spoglia tutti da gradi e da gerarchie, cosicchè tutti coloro che hanno il coraggio di dire "adesso basta!" possano sentirsi Marcos.
La personalità del Subcomandante traspare tutta durante la lettura e perfino la sua ironia, cosa difficile da immaginare, ma il centro del libro non è sicuramente il suo personaggio.
Dalle sue parole ci viene raccontata la vita e l'azione dell'EZLN seguendo dei macrotemi delineati dai capitoli. L'indigenismo come punto fondamentale innanzitutto, nel quale spicca il rispetto per la cultura e le tradizioni tipiche (il culturalismo), l'importanza dell'ejido come fulcro irrinunciabile per la vita comunitaria, il femminismo. Per dirla con una parola che riassume tutto: il valore della comunità che è contemporaneamente causa di tutto e fine ultimo, che dà ed esige rispetto.
Ed ancora il locale come luogo d'azione ma in un'ottica nazionale e la montagna come luogo che forma e tempra i militanti. Marcos spiega inoltre che l'EZLN non è catalogabile in una ideologia precisa, ma piuttosto vive laddove esiste un deficit di libertà e democrazia.
Per quanto riguarda la politica, è chiara la sfida aperta al Pri, così come verso l'adesione agli accordi del Nafta; ma non è tanto contro qualcuno che essi combattono, non è tanto contro la Casa Bianca o contro il gringo che puntano la propria azione. La Cina, il Medio Oriente o la stessa Cuba sono cose troppo lontane dalle loro comunità: «vogliamo che ci lascino vivere in pace secondo le nostre forme di governo» ripete incessantemente.
La chiusura è dedicata al discorso tenuto da Marcos alla Convención Nacional Democrática ad Aguascalientes, Chiapas, nell’agosto 1994 nel quale vengono illustrate le finalità della Convenzione e la grande opportunità di riscatto che stava rappresentando per il Messico tutto. Parole che, vent’anni e parecchie sollevazioni più tardi, paiono intatte nella loro profonda importanza storica e culturale.
Molte grazie. Democrazia, libertà e giustizia.


«Il passamontagna è un passamontagna e qualsiasi messicano può infilarsi un passamontagna ed essere Marcos, essere quello che sono io: unirsi a un movimento che sia giusto e legittimo e lottare per i propri diritti, non dico con un'arma, lo si può fare con un microfono, con una penna, con un foglio di carta, con una macchina fotografica.»

«Nell'Ezln non c'è un'ideologia perfettamente definita nel senso classico del termine: marxismo-leninismo, social-comunismo, castrismo... C'è piuttosto un punto comune di congiunzione con i grandi problemi nazionali che coincide sempre nella mancanza di libertà e democrazia.»

«Con il nostro moderno sistema di calcolo abbiamo fatto il conto arrivando alla conclusione che siamo un bordello di gente. Quindi per la stampa è ufficiale: siamo un bordello di gente.»

05 marzo 2014

Colo Colo ’73: La squadra che fermò il golpe di Pinochet

Era già tutto previsto: la marina, l’aviazione e l’esercito pronti a sollevarsi. Boicottaggi, campagne stampa diffamatorie contro il governo socialista, blocchi dei trasporti e l’embargo economico. Poi il Colo Colo fece gol in Copa Libertadores e i piani per il colpo di Stato furono sospesi. Storia della notte in cui El Cacique perse molto più di una partita


Sport e politica, due mondi diametralmente opposti ed apparentemente inconciliabili. Estro contro razionalità, vigore fisico contro lucidità intellettuale. Eppure esistono intrecci incredibili fra questi due mondi; a volte basta un solo episodio e questi si sovrappongono tanto da non capire più dove finisca uno e dove cominci l’altro. Uno di questi episodi è datato 1973 e riguarda il Colo-Colo, squadra calcistica dei sobborghi della capitale cilena, Santiago.

Quella del Colo-Colo 1973, più che di una squadra, è la cronaca di un paese intero, che riuscì per un momento a fermare il corso della sua storia. Un paese che, una volta terminato di ammirare le sue gesta calcistiche, non sarebbe più stato lo stesso. Questo è il punto di partenza di Luis Urrutia O’Nell, che nel libro Historias secretas del furbo chileno (scritto a quattro mani insieme a Juan Cristobal Guarello e pubblicato per la prima volta nel 2005) avanza la propria tesi: il Colo-Colo portò Pinochet alla decisione di posticipare il suo famigerato golpe.

La campagna della squadra guidata da Luis Álamos nella quattordicesima edizione della Copa Libertadores, che si disputò tra febbraio e giugno 1973, fu incredibile. Una marcia trionfale superata solamente nel 1991, anno dell’unica vittoria cilena nella competizione continentale. Quel Colo-Colo era composto da giocatori straordinari: c’era Sergio Ahumada, attaccante potente e pericoloso in area di rigore. C’era Francisco Valdés centrocampista offensivo dal talento cristallino, che detiene ancora oggi il record di gol nel campionato cileno, e c’era Carlos Caszely, attaccante estroso detto “El Rey del Metro Cuadrado” per la sua infallibilità sotto porta.

Caszely in particolare non fu solo idolo del club e capocannoniere di quell’edizione di Libertadores, ma è conosciuto in tutto il mondo per essere il calciatore che negò la stretta di mano al dittatore cileno mentre vestiva la maglia della nazionale, legando così a doppio filo la sua storia personale con quella del suo popolo.

È grazie a questi giocatori che il Colo-Colo fece impazzire i tifosi e il Cile intero, che mai fino ad allora ebbe una squadra così forte fuori dai confini nazionali. Le goleade contro Unión Española, El Nacional e Cerro Porteño e perfino la vittoria per 2 a 1 in casa del Botafogo, in quella che fu la prima vittoria per una squadra cilena al Maracana, il tempio del calcio brasiliano, rimarranno per sempre nella memoria di tutti gli sportivi cileni.

Quelle vittorie si trasformarono nelle “notti del Colo-Colo” quando migliaia di tifosi si riversavano nelle strade per festeggiare il superamento del primo girone, poi del secondo, fino ad arrivare alle finali contro gli argentini dell’Independiente.

L’entusiasmo provocato dal Cacique è l’entusiasmo del popolo cileno, le sue vittorie sono le vittorie di tutti. Lo stesso presidente Salvador Allende, dopo la finale di andata, ricevette la squadra nelle stanze dell’ambasciata cilena a Buenos Aires. «In un paese diviso dalle ideologie, il Colo-Colo costituisce il punto d’unione e di allegria per i cileni», scrive Urrutia O’Nell. Siamo in pieno 1973, Allende con la sua Unidad Popular era in carica da poco più di due anni e aveva cominciato un grande processo di riforme sociali nel Paese. Riforme che però non sono mai piaciute alle destre cilene, né ai vertici militari né tantomeno al presidente statunitense Richard Nixon.

La situazione del paese si fa rapidamente pesante: boicottaggi, campagne stampa diffamatorie contro il governo socialista, blocchi dei trasporti e l’embargo economico degli Stati Uniti sono ormai la quotidianità. Tutte le condizioni previste per il Golpe erano state messe in campo, ormai si attendeva solamente il via dell’operazione, ma quello che non si poteva prevedere erano le vittorie del Colo-Colo in Copa Libertadores.

Gli sponsor a stelle e strisce di Pinochet percepirono tutta questa effervescenza popolare causata dalla squadra, che continuava a mobilitare la gente per le strade. Una effervescenza che diventa uno scoglio insuperabile per l’intervento militare, fino al punto di dover essere rimandato ad un momento più propizio. «Mientras Colo-Colo gane, el Chicho [come veniva affettuosamente chiamato Allende] está seguro», è una frase che si sentiva spesso fra i militanti filo-governativi, e il Cacique continuava a vincere.

Il resto è già scritto negli almanacchi e nei libri di storia. Entrambe le finali finiscono in pareggio: 1 a 1 all’andata ad Avellaneda e 0 a 0 il ritorno a Santiago, con l’Estadio Nacional ricolmo di 80 mila persone e un clima di travolgente passione già dai giorni precedenti la partita. Per decretare il campione serve uno spareggio, che si gioca il 6 giugno a Montevideo e stavolta vede vincente l’Independiente per 2 a 1.

I sogni del Colo-Colo si spengono, l’entusiasmo è finito e la gente dalle piazze fa ritorno nelle case. La difesa è saltata, il portiere accerchiato e Pinochet, nella partita che mette in palio il futuro del paese, è finalmente libero di segnare. Tre mesi più tardi le stesse piazze che prima erano traboccanti di entusiasmo diventeranno lo scenario di un colpo di stato. Alle bandiere si sostituiscono aerei e mezzi militari e quello stesso stadio che ospitò le gesta dell’equipo del pueblo viene trasformato in un lager a cielo aperto.
Quella sera del 6 giugno 1973 i cileni forse persero molto più di una partita di pallone.

articolo pubblicato il 20/02/2014


Pangea News // Historia secretas del futbol chileno

19 dicembre 2013

L’Uruguay porta in Brasile il fantasma del Maracanazo

Un’ingegnosa pubblicità dello sponsor tecnico della nazionale oriental, sveglia brutti ricordi negli animi dei brasiliani, anzi, sveglia il loro peggior incubo: il fantasma del 1950



Il calcio innanzitutto era uno sport, era divertimento, dopo-lavoro, poi diventò una professione ed ora i più critici lo demoliscono definendolo puro business, dove lo spettacolo è rinchiudersi in casa davanti ai televisori e starsene comodi sul divano, fra una pubblicità e l’altra, senza più idoli e con giocatori che vanno e vengono per strappare un nuovo contratto milionario. Ma a certe latitudini il football si chiama ancora fútbol, ha ancora un’anima nobile e somiglia più ad una religione che ad un semplice sport.

Tutte le religioni però hanno i loro diavoli, i loro fantasmi, e anche questa non fa differenza. Se lo ricordano bene i tifosi del River Plate che appena due anni fa girando per Nuñez si trovarono di fronte al Fantasma de la B. Se lo ricordano ancora meglio i tifosi dell’Independiente, ai quali è toccata la stessa sorte il semestre scorso. Ora è il momento del Brasile di rivivere i fantasmi del passato.

A sette mesi dall’inizio dei Mondiali di Calcio sono definite tutte le partecipanti al torneo e, con gran dolore carioca, l’ultima squadra sudamericana ad essersi qualificata è l’Uruguay di Oscar Washington Tabarez, dopo la larga vittoria sulla modesta Giordania nello spareggio Interzona. Un Mondiale senza l’Uruguay sarebbe stata una manifestazione acefala e senza un pezzo di storia fondamentale, specialmente per un Mondiale giocato in terra sudamericana come questo.

Eppure, in Brasile c’è già chi fa gli scongiuri, perché da una settimana per le strade di Rio de Janeiro è stato avvistato “El Fantasma del 50”.

Così Puma, sponsor tecnico della Celeste, ha voluto festeggiare la qualificazione alla fase finale: con uno spot che vede protagonista il Fantasma, con un 50 stampato a tutta schiena. Il Fantasma, per l’occasione a tinte non più bianche ma celesti, si aggira per le spiagge della costa mentre spaventa i turisti, gioca a pallone e beve tranquillo un bicchiere al bar, per arrivare fin dentro al tempio del fútbol brasiliano per eccellenza: quel Maracanà che 63 anni fa vide nascere la sua leggenda.

Il “disastro del Maracana”, così è conosciuta la vittoria nella partita finale del Mondiale 1950, l’unica edizione fino ad oggi disputata sul suolo brasiliano, dell’Uruguay ai danni della formazione locale strafavorita, davanti ai quasi 200.000 spettatori che festeggiavano già dal mattino una vittoria che non era mai stata messa in discussione. Addirittura in vantaggio, il Brasile si fece rimontare dalle reti di Schiaffino e Ghiggia (unico calciatore ancora in vita presente quel giorno) regalando la vittoria alla Celeste e aggiungendo alla storia del calcio un capitolo tutto nuovo alla voce Maracanazo. Le cronache successive parlano di suicidi ed infarti sugli spalti causati dalla sconfitta inattesa e brutale. Assurde, per qualcosa che non è una religione.

La pubblicità, divertente ed ingegnosa, è diventata subito virale ed in breve ha fatto il giro del mondo, con tanto di canale Youtube e pagina Facebook con più di centomila fans, suscitando ilarità ma anche qualche polemica fra la stampa brasiliana, che ha risposto a tono alla provocazione sottolineando che quello del ‘50 fu l’ultimo titolo mondiale vinto dai rivali e ribadendo di essere ora protetta “dall’angel del pentacampeonato”. Anche fra gli stessi giocatori uruguagi lo spot non è stato digerito benissimo, come ha confidato Diego Lugano, che in Brasile ha giocato per 3 anni: «Non è quello che pensiamo in Nazionale», ha detto il capitano, «l’importante è mantenere un profilo basso e questo spot non credo ci aiuti».

Quel che è certo è che fra poco non si scherzerà più e a parlare, come al solito, sarà il campo. Il Brasile si presenterà con i favori del pronostico e con l’obbligo di vincere, l’Uruguay invece appare ridimensionato rispetto alla squadra che vinse l’ultima Coppa America in Argentina. Proprio come nel 1950 e, ovviamente, proprio come nel 1950 la finale si giocherà al Maracanà. Ci saranno sei partite prima di conoscere le finaliste, ma El Fantasma del 50, nel frattempo, sarà lì ad attenderli.

articolo pubblicato il 5/12/2013


Pangea News // Video

26 novembre 2013

Se Matteo Renzi si crede giovane come Camila Vallejo

Un libertario, due comunisti ed un "rottamatore". Una stralunata riflessione italo-cilena su due attualissimi volti della politica internazionale vista dagli occhi di due studenti agitati. Di là, dove le ideologie hanno ancora un significato.


Nel 2009 abitavo a Venezia con Miguel Ángel, studente di architettura della Universidad de Chile in temporanea trasferta lagunare per via di uno scambio interuniversitario. Mígue era uno dei protagonisti del movimento studentesco della sua facoltà, un anarchico libertario cresciuto in un quartiere periferico di Santiago, profondo conoscitore della società e delle problematiche del suo paese. Sette mesi s’è fermato a Venezia, e interminabili sono stati i nostri discorsi politici, che partivano con una birra alle sei, continuavano con una bottiglia di vinaccio a mezzanotte e terminavano con le grappe alle cinque del mattino, il tempo di vedere l’alba e cadere riversi sulle nostre posizioni: un comunista e un anarchico che si scontravano a colpi di idee, accomunati dal fatto che il mondo, così com’era, faceva schifo a tutti e due.

Di Miguel mi colpiva sempre la determinazione; la profonda convinzione che il suo agire politico avrebbe portato da qualche parte si scontrava con il mio atteggiamento rivoluzionario ma con una pesante dose di disillusione, causata da troppe battaglie finite in modo deludente. Mi raccontava di come il movimento studentesco facesse tremare i palazzi del potere di Santiago, cose che mi parevano impossibili in rapporto ai nostri ridicoli tentativi “insurrezionali” che si bloccavano sempre a dicembre e, a gennaio, ci ritrovavamo in quattro gatti, magari perdendoci pure la sessione e rischiando di pagare un anno in più di quelle tasse che ci davano tanto fastidio a fronte della sistematica demolizione dell’università italiana.

Per comprendere la potenza del movimento studentesco cileno basti pensare a come, nel 2011, abbia richiesto e ottenuto le dimissioni di Felipe Bulnes, Ministro dell’Educazione del governo post – pinochista di Sebastián Piñera, il primo di centrodestra dopo il referendum che, nel 1988, aveva detto “NO” alla dittatura. Lo stesso governo dichiarò che non si trattava di stanchezza o problemi personali dell’avvocato Bulnes, ma della necessità di sostituire una persona simbolo del conflitto con qualcuno che cercasse di rappresentare il futuro dell’educazione cilena, una conquista importantissima che dimostrava la potenza di un movimento composto di studenti e lavoratori. Come se l’Onda anomala, nel 2008, avesse causato le dimissioni di Maria Stella Gelmini, impensabile anche per noi che credevamo nelle proteste.

Il 17 novembre 2013, alcune figure guida del movimento studentesco sono state elette nel parlamento che proverà finalmente a cambiare la costituzione del Paese, quasi invariata dal periodo della dittatura e rimasta tale a causa di un sistema elettorale bipolare progettato a regola d’arte, che garantiva alla destra, anche con una bassissima percentuale di consenso reale, di controllare la metà del parlamento e ingessarne l’azione. Pensando alle dittature filostatunitensi del Cono sud, le prime immagini che ci sovvengono sono i desaparecidos, gli omicidi di Victor Jara e Pablo Neruda o gli Inti – Illimani che si rifugiano in Italia, ma dimentichiamo che quel periodo è stato come un disastro nucleare, i cui effetti sono molto più pericolosi anni dopo l’incidente. Il “tumore” del Cile è stato il liberismo estremo sostenuto anche dai governi della Concertación post Pinochet, da una parte a causa di quella costituzione che ha impedito al paese di diventare più “sociale”, dall’altra perché i giovani sono stati tenuti cautamente alla larga dal potere, almeno fino ad oggi. Due ragazze e un ragazzo proveranno a fare davvero la Rivoluzione dall’interno, si chiamano Camila Vallejo, Karol Cariola e Gabriel Borico e, sì, sono giovani e comunisti. I detrattori, che non sbagliano a temerli, hanno usato i mezzi più infimi per screditare i candidati che hanno deciso di appoggiare la coalizione della socialista Michelle Bachelet; sono arrivati addirittura ad insultare Camila sfruttando la sua recente gravidanza e ad accusarla di essere in quella posizione solo perché di bell’aspetto. Basta ascoltare un suo discorso su youtube per capire che la ragazza di stoffa ne ha da vendere e fa bollire il sangue più di Salvador Allende per la sua forza prima che per la sua bellezza. Questo, però, non è più un problema, saranno i fatti a parlare.

Da quando parlavo con Mígue, in Italia non esistono guide né tantomeno un movimento coeso, i giovani non hanno, per ora, nessuna speranza di poter dire la loro e, chi si erge a rappresentante della categoria, non è stato giovane nemmeno quando l’età anagrafica gli permetteva di definirsi tale. Matteo Renzi, nel periodo in cui si dovrebbe essere ribelli per antonomasia, scriveva una tesi sull’unico sindaco democristiano della rossissima Firenze del dopoguerra, Giorgio La Pira.

C’è quasi il sospetto che oggi se la stia godendo nel divenire segretario e, quasi certamente, candidato premier di quella formazione politica che nemmeno ricorda, anzi nega, di essere figlia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Quello che ancora è sostenuto consensi dei nostalgici, convinti di votare ancora il Partito, come mia madre, mentre ormai avvallano soltanto una triste ricetta liberista che nulla ha di comunista e nemmeno di socialdemocratico.
Io credo che i giovani italiani abbiano bisogno di ricominciare a credere che otro mundo sea posible. Sappi, Matteo, che faremo di tutto per riprenderci un termine che appartiene a noi e non a un “quasiquarantenne” catramato di fondotinta, almeno ci proveremo a non star fermi a guardare: è tempo.

Il mio amico Miguel tornò a casa in anticipo, nel marzo 2010, a causa del terremoto che colpì il sud del Cile, perché in Europa si sentiva impotente, voleva dare il suo contributo a superare il brutto momento e tornare alle sue lotte. Quelle stesse lotte che, lo spero tanto, da novembre 2013, potranno davvero cambiare il Paese. «Io me ne vado – ha detto – ma se mai dovessi fare una rivoluzione, la farai anche tu, la faremo insieme». Estamos hablando, compañero.

David Angeli per Blare Out
articolo pubblicato il 21/11/2013


Articolo

04 novembre 2013

Massimo Carlotto - Le irregolari

Chi sono queste irregolari enfatizzate dal titolo di questo libro? Sono le Madres, ma soprattutto le Abuelas de Plaza de Mayo che ormai da più di quarant'anni si battono contro un passato crudele, una ferita che non si è mai rimarginata. Queste donne straordinarie combattono non solo per mantenere vivo il ricordo dei loro parenti ed amici torturati e assassinati, ma sono impegnate ancora oggi nella ricerca dei loro desaparecidos e per ritrovare i bambini, loro figli e nipoti, dati in affidamento a famiglie compiacenti e vicine alla dittatura militare.
Massimo Carlotto ci porta letteralmente con sé in giro per Buenos Aires a bordo dell'autobus che la sera fa tappa nei luoghi dell'orrore, dove venivano sequestrati gli oppositori al regime. Un Horror Tour infinito, dove ogni calle ha qualcosa da raccontare, dove ogni famiglia ha vissuto un dramma. Sono frammenti quelli che ci racconta Carlotto, ognuno di essi tristemente vero. Sono così tanti che alla fine non distingui più dove ne finisce uno e dove ne comincia un altro: «es siempre la misma canción. Non ti sei accorto che le storie sono tutte uguali?».
Dal momento in cui attraversa avenida Corrientes e sale all'appartamento del quarto piano, l'autore-protagonista si ritrova immerso nelle battaglie delle Abuelas e sarà travolto dalla loro forza vitale, dalla loro voglia di giustizia, dal loro non arrendersi. In una parola dal loro amore. Fra le righe di una narrazione scorrevole si sprecano i riferimenti ai nomi e cognomi dei buoni e dei cattivi, gli articoli di giornale, le date, i fatti, i processi, le ricostruzioni storiche, perfino le spiegazioni quasi accademiche. C'è tutta la società argentina di quegli anni tanto fulminei quanto drammatici dentro a questo libro, o almeno quello che può esserci in un romanzo storico. Senza dimenticare (soprattutto nell'ultima parte) i riferimenti alle lotte fuori dal confine: Perù, Cile, Nicaragua, laddove le vicende spingono Carlotto, a ricordarci che tutto questo non è solamente argentino, ma che tutto il continente latinoamericano è parte della stessa triste storia.
In queste duecento pagine c'è tutto l'orrore, la barbarie, la disperazione di chi un giorno è rientrato a casa e non ha trovato più i suoi cari, che una patota se los llevaron. C'è tanta sofferrenza raccontata e, salvo per le ultime righe, anche poca speranza. Il libro è scritto in piena presidenza Menem e la disillusione per una giustizia che non arriva e mai arriverà è più grande di qualsiasi cosa (sarebbe bello sapere oggi cosa ne pensa l'autore, dopo la storica riapertura dei processi operata dai Kirchner e le condanne per i militari).
Quelle ragazze irregolari, incuranti di tutto, continuano a marciare ogni giovedì in Plaza de Mayo con il loro fazzoletto bianco sul capo. Continuano a cercare i loro figli e a restituire loro l'identità rubata, continuano a cercare verità e giustizia e c'è da giurarci che non si fermeranno mai, perchè per finire quest'Horror Tour «non ti basterebbero tutte le notti della tua vita».


«I miei figli erano italiani. Prima hanno sequestrato Michelangelo, poi Silvia. Me l'hanno portata via sotto gli occhi, ai piedi della scalinata di una chiesa. Mi feci il segno della croce. Fu il mio modo di dirle addio.»

«Quando hanno portato via i miei figli avevo solo quarantotto anni e mi sono sentita vecchia; oggi ne ho sessantotto ma mi sento vent'anni più giovane perchè ho imparato che l'unica battaglia che si perde è quella che si abbandona, e perchè ho imparato a non patteggiare, a non arrendermi, a non tacere. E tutto questo me l'hanno insegnato i miei figli.» 

«- Pensi che ce la faranno? - No. Sarà la solita banda di sognatori che impugna le armi perhè non sopporta la tirannia e la fame. Tenteranno qualche azione disperata e saranno tutti ammazzati perchè in questo mondo chi rischia la vita per salvare dei prigionieri è solo un romantico dilettante. Gli altri invece sono dei professionisti della ferocia. E' tutta qui la differenza tra vincitori e perdenti.»