América Latina, Fútbol, Rock'n'Roll

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16 aprile 2015

Eduardo Galeano e le vene ancora aperte

Eduardo Galeano è stato maestro sublime dell’arte del narrare e dello scrivere, è stato formatore di coscienze critiche, esportatore di dignità e tante altre cose insieme, come dimostrano i messaggi di cordoglio che tutto il mondo sta riservando allo scrittore uruguaiano scomparso lunedì scorso.



Per mille ragioni don Eduardo ha appassionato queste persone, che hanno sempre trovano nelle sue pagine di critica feroce al colonialismo prima e al neo-liberismo poi – secondo lo scrittore semplicemente due distinti sostantivi che celano la stessa parola: sfruttamento – una chiave di lettura per comprendere al meglio il passato e l’attualità. Dai movimenti zapatisti ai governi bolivariani, tutta la sinistra latinoamericana si stringe attorno alla sua imponente figura, che aveva fisicamente in vita e che avrà intellettualmente per l’eternità.

Così come loro, anch’io sono stato folgorato dalla sua scrittura e da ciò che egli scriveva. Nel personalissimo pantheon riservato a chi ha influenzato i miei primi trent’anni di vita, Eduardo Galeano occupa un posto di assoluto rilievo. Mi ha insegnato che il sottosviluppo dei popoli latinoamericani, così come quello di tutti i popoli, è una conseguenza dello sviluppo altrui; che il saccheggio di una terra dalle infinite ricchezze e bellezze non si è arrestato ed anzi continua sotto forma di liberi mercati e firme su contratti miliardari. Mi ha insegnato a dare dignità ai popoli oppressi con il suo Le vene aperte dell’America Latina, che mi aprì la mente. Mi ha insegnato il valore sociale del fútbol in Splendori e miserie del gioco del calcio e che la stessa sorte che è toccata ai popoli, schiacciati dal significato materiale e immateriale del denaro e dalla corsa allo sviluppo a tutti i costi, è toccata anche allo sport più popolare. Ma mi ha anche insegnato che se si guarda bene a fondo, una qualche forma di resistenza alla modernità statuaria, vincente nel breve e per questo assai banale la si può trovare.

È sempre stato così presente ed importante in questi ultimi anni di formazione che volli inserire una sua citazione di critica al sistema neo-liberista anche nella mia Tesi di Laurea, forzando un po’ la mano. Ma necessariamente.

Sono sempre stato convinto che, in un parallelismo ardito e pericoloso, Galeano fosse culturalmente e criticamente per l’America Latina quello che Pasolini fu per l’Italia.

Come tutte le grandi personalità che ci lasciano dobbiamo essere felici anche nel momento di tristezza, non per quello che non potrà più insegnarci, ma per quello che già ci ha insegnato, per il suo lascito, per l’eredità che ora sta a noi portare avanti e alla quale continuare a dare un significato.

¡Adiós Maestro! ¡Hasta siempre Galeano!


Gianni Minà // Gennaro Carotenuto //  TeleSur

30 dicembre 2014

David Foster Wallace - Questa è l'acqua

Questa è l’acqua è la prima pubblicazione postuma di David Foster Wallace dopo la sua tragica scomparsa nel 2008. Sulla scorta delle sue raccolte di racconti come Considera l’aragosta, Oblio ma soprattutto Brevi interviste con uomini schifosi, con la quale questa condivide un certo spirito per le sensazioni dei personaggi, una sopraffazione come se esistesse un qualche disegno messo a punto per ognuno di essi, con l’intento beffardo di renderli drammaticamente veri. Sono sei racconti eterogenei.
Si comincia col grottesco Solomon Silverfish, avvocato alle prese con un rapporto travagliato e confuso con la moglie malata terminale, nel quale la compassione e l’empatia per una situazione dolorosa diventa una convivenza conflittuale e a tratti persino comica non solo con la moglie ma con Solomon stesso.
Il paradossale Altra matematica racconta di un nipote innamorato del nonno e di un tizio innamorato di un cadavere in quella che ha tutta l’aria di essere una lunga equazione algebrica senza possibili soluzioni.
C’è Crollo del ’69, una digressione spassosa su Karrier, personaggio che riesce sempre a predire il contrario di ciò che si avvera; c’è Ordine e fluttuazione a Northampton nel quale Wallace narra in un’anarchica sequenza di vicende ed emozioni il triangolo disturbato e quasi bucolico fra il protagonista Barry Dingle, Myrnaloy Trask e Don Megala, attraverso il quale indaga in maniera quasi filosofica gli ingranaggi emozionali di un giovane fra, appunto, il suo ordine mentale e la sua fluttuazione romantica. Questa ambivalenza fra ragione e sentimento (in questo Dingle somiglia tantissimo a Wallace) viene riassunta in poche semplici righe: «un romanticismo classico, quasi classicamente statico, quale fondamento, elemento primario, requisito indispensabile dell’esperienza stessa di essere B. Dingle».
Il brano per il quale è conosciuta questa raccolta, e il fatto che ne dia il titolo è solo una delle tante conferme, è appunto Questa è l’acqua, la trascrizione del discorso per il conferimento delle lauree pronunciato dallo scrittore agli studenti del Kenyon College nel maggio del 2005. Come da lui stesso affermato, questa “roba” non è «divertente, leggera o altamente ispirata come forse dovrebbe essere […, ma] è la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche». Il siparietto dei pesci, oggi ricordato ed utilizzato da più parti, è solamente un pretesto contestuale per introdurre ed approfondire un discorso ben più ampio. Wallace raccomanda, quasi da fratello maggiore come se il discorso fosse rivolto anche a sé stesso, che la vita è difficile e specialmente scegliere di viverla in modo consapevole. La realtà è estremamente complessa ed articolata e operare tutte quelle piccole scelte quotidiane è un lavoro culturale enorme che richiede grande sacrificio fisico e mentale: «Imparare a pensare di fatto significa imparare a esercitare un controllo su come e cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza». La cultura come il lavoro di una vita, dove i titoli di studio nulla possono, ma può la persona.
Aldilà di questo assai significativo brano, l’apice della raccolta dal mio punto di vista si raggiunge con Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta (curiosamente il primo testo mai pubblicato da Wallace) e questo mi provoca un certo sconforto se si pensa che il tema centrale del racconto è la depressione, narrata per di più in prima persona – e chi conosce la storia e l’epilogo del David uomo non può che rimanerne turbato, ma d’altronde questo tema sarà ricorrente in tutta la produzione futura. Qui si guarda alla malattia come ad un pianeta a galassie di distanza, come ad un compagno di viaggio triste e crudo, che non ti permette divagazioni sul tema nemmeno quando, davanti ad una ragazza carina che sfodera «un grosso sorriso di una bellezza mortale» e che ti chiede il perché di quella cicatrice, tu non puoi fare altro che ammettere: «avevo una fastidiosa etichetta sulla guancia».


«Mi dispiaceva in modo incredibile per lui, e naturalmente la Cosa Brutta è stata così gentile da filtrare quella tristezza e da peggiorarla un casino. Era strano e irrazionale ma tutt’a un tratto ho sentito fortissimamente che l’autista ero davvero io. Mi sentivo davvero così. Perciò mi sentivo come doveva sentirsi lui, ed era orribile. Non solo mi dispiaceva per lui, mi dispiaceva come lui, o cose simili. Tutto grazie alla Cosa Brutta.»

«Pensala in questi termini, Dingle, dice l’amore di Dingle mentre Dingle fa l’inventario delle tisane un pomeriggio di maggio del 1983. Pensa al tuo amore come a una creatura per natura incompleta, che persegue qualcosa. Io sono nato dentro di te come mezzo amore. Il mio fine è l’unità che mi è negata per definizione.»

«La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: “Questa è l’acqua, questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto più di quello che sembra”. Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia… adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.»

06 novembre 2014

Pino Cacucci - In ogni caso nessun rimorso

Mi capita raramente di leggere un romanzo, e leggerlo con piena soddisfazione è cosa rara, ma questa è una di quelle volte. Ho amato ed amo tuttora Pino Cacucci per le sue storie dall'America Latina, per il suo modo di raccontarla come non riesce a nessun altro narratore, per il suo stare dalla parte degli ultimi.
Questo romanzo potrebbe apparentemente sembrare quanto di più lontano dai canoni dello scrittore bolognese ci possa essere. Narra infatti la storia, con una estrema perizia documentaria, di Jules Bonnot, operaio francese votato all'anarchia per aver sperimentato sulla sua pelle la sopraffazione, l'essere carne da macello. Bonnot, appassionato di motori e grande esperto meccanico, tanto da diventare l'autista dell'inventore di Sherlock Holmes, fu il primo rapinatore ad utilizzate l'automobile per i suoi colpi strepitosi. Insieme ad una banda di anarchici individualisti seminò il terrore nella Francia di inizio secolo, consapevole che «milioni di esseri umani nascono poveri, ma sono pochi quelli che si consumano e contorcono per quel fuoco acceso da una sensibilità nefasta», e lui era uno di questi.
Ma Jules Bonnot non era solo un senza patria, un rifiuto per la società del tempo. Nel suo essere estremo portava con sé un romanticismo intenso, tipico di chi consegna la vita nelle mani di un'idea, che lo getterà fra le braccia della prostituta Nicolette che gli diede aiuto, della moglie Sohpie che non riuscì a cambiarlo, della bella Judith con la quale non passerà mai l'Oceano e perchè no anche del socio Platano e della sua fiaccola tatuata sul braccio (simbolismo anarchico).
Ma pensandoci bene anche questo romanzo in un certo modo non si discosta dai canoni "cacucciani", sebbene sia ambientato in un luogo completamente opposto dai paesaggi mozzafiato del Messico moderno o dalle strade polverose di San Isidro. Quello che rimane lo stesso però è la necessità di raccontare di povere genti sfruttate e disagiate, ma che mantengono intatta tutta la loro carica umana, che portano con sé valori veri ed intrinseci alla propria condizione. E questi valori sono uguali sia in Francia che in Messico.
Sono persone e sono luoghi che si potrebbero ritrovare oggi nelle banlieues parigine o nelle zone portuali di una qualsiasi città francese affacciata sull'Atlantico; così come in interi quartieri delle metropoli italiane o di una certa periferia tedesca, croata, inglese, latina, nordamericana. In tutto il mondo.
Come tutti gli utopisti, i rivoluzionari, i banditi, anche nelle ultime pagine della biografia di Jules Bonnot non c'è spazio per la redenzione. Nessuna pietà per chi dalla vita chiedeva solamente un pasto caldo, un po' di felicità e magari un amore vero. Una vita con dei rimpianti, forse sì, ma in ogni caso nessun rimorso.



«Non era solo per i soldi, ma soprattutto per la soddisfazione di fregare chi si ingrassava e scialacquava denaro sfruttando i suoi simili.»

«Ma è la mia sensibilità che mi farà vivere sempre e comunque contro una società che ha bisogno dei poliziotti per conservare il potere. Anche a dispetto dell'intelligenza, commissario. A dispetto di tutto e di tutti. Se il mio destino è di restare eternamente un eretico... tanto peggio. Vorrà dire che morirò senza rimpianti, con tutti i miei dubbi, ma con una sola certezza: di non essere mai stato complice dell'orrore, del sopruso, degli oppressori d'ogni sorta, qualunque sia il colore e l'ideologia che li anima.»

«Prima di mettersi in marcia verso la stazione, Jules rimase a fissare le onde che si infrangevano sul bagnasciuga con un fragore assordante. Solo in quel momento, pensò a Judith: l'appuntamento a Le Havre, la nave per l'Argentina, il lungo viaggio, l'odore della sua pelle, la luce negli occhi quell'ultima volta che l'aveva stretta fra le braccia...»

02 ottobre 2014

Ernesto Che Guevara - Latinoamericana

Il timore personale di approcciarsi ad un libro che parla di viaggi è sempre alto fin da quando lessi Sulla strada di Kerouac, che mi provocò una sensazione piuttosto vicina al disgusto, più che al disagio. Latinoamericana ha tutto quello che potrei chiedere ad un libro di narrativa, un condensato delle migliori intenzioni personali quando si tratta di letteratura contemporanea: un viaggio in moto, l'America Latina che scorre alle spalle dei due protagonisti, le storie e le sofferenze di persone sconosciute e perchè no una discreta dose di politica fra le pieghe delle pagine che predirranno, cosa a dir la verità non molto stupefacente, la vita del Guevara futuro.
Il diario ricalca il viaggio che Ernesto Guevara, ancora non conosciuto a tutti come il "Che", e il suo amico Alberto Granado, entrambi studenti di medicina, intrapresero a cavallo fra il 1951 e il 1952 a bordo della Poderosa II, una motocicletta con un numero di problemi inversamente proporzionale ai soldi nelle tasche dei due argentini. Partiti da Cordoba risaliranno tutto l'ovest sudamericano, passando per Cile, Perù, Colombia e Venezuela. Nel mezzo le storie di come se la sono cavata durante il viaggio, le peripezie per trovare pasti caldi e scroccare imprevedibili passaggi ed arrivare in un qualche modo al paese successivo, a volte grazie proprio alla misteriosa apparizione di quei due (quasi) medici dove non esistono ospedali.
A differenza di altri libri di viaggio (vedi sopra) qui Guevara offre al lettore non solo le proprie esperienze ed impressioni personali, ma in vari momenti si ferma a descrivere stili di vita, tratti somatici e panorami politici con lo sguardo scientifico di uno studente di cose materiali più che di un viaggiatore errante. Le descrizioni del Cile visto da oltre confine, degli indigeni peruviani e degli Incas di Cuzco sono particolarmente belle. In generale si intuisce la grande influenza che questo viaggio ha avuto sul suo futuro modo di intendere l'America Latina ed il mondo tutto, riconoscendo che «costituiamo una sola razza meticcia che dal Messico fino allo stretto di Magellano presenta notevoli similitudini etniche».
Però, nonostante non mi abbia lasciato così insoddisfatto, sono sempre più convinto della mia idea che i diari di bordo sono fatti per rimanere tali.


 «Per quella gente semplice, davanti alla quale Alberto sfoderò il suo titolo di "dottore", eravamo come semidei: venivamo niente meno che dall'Argentina, il meraviglioso paese dove viveva Perón e sua moglie, Evita, dove, secondo loro, tutti i poveri posseggono le stesse cose dei ricchi e non si sfruttano gli indios, né li si tratta con durezza come avviene in queste terre.»

«Un soldato venezuelano, con la stessa arrogante insolenza dei suoi colleghi colombiani - caratteristica, a quanto pare, comune all'intera congrega militare - ci perquisì i bagagli e ritenne opportuno sottometterci a un ulteriore interrogatorio, come per dimostrarci che stavamo parlando con una "autorità".»

«[...] sapevo che nel momento in cui il grande spirito che governa ogni cosa darà un taglio netto dividendo l'umanità intera in due sole parti antagoniste, io starò con il popolo, [...] tingerò di sangue la mia arma e, come impazzito, sgozzerò ogni nemico mi si parerà davanti.»

20 settembre 2014

Five Centuries of Verse


To be read at the opening of D.P.S. meetings
Dead Poets Society, Peter Weir (Usa, 1989)


Imdb // QSNP

28 luglio 2014

Eduardo Galeano - Splendori e miserie del gioco del calcio

Splendori e miserie non è semplicemente un libro sul calcio, non è nemmeno un libro di storia, non è neanche un libro che narra le gesta di persone più o meno famose, ed è tutte queste cose insieme. Scritto dall'uruguayano Eduardo Galeano, uno dei maestri della letteratura sudamericana e già autore di Le vene aperte dell'America Latina, questo libro è stato continuamente aggiornato fino al 2010 (edizione non disponibile però in italiano, come in italiano è trascurato inspiegabilmente il preziosissimo indice delle fonti), anno del Mondiale sudafricano e c'è da giurarci che verrà aggiornato un'altra volta a quattro anni di distanza. Qui sono raccontate tutte insieme le origini del gioco, il suo «triste viaggio dal piacere al dovere», le storie dei migliori giocatori di tutti i tempi o di quelli che sono stati grandi per un solo attimo, il tutto raccontato dagli occhi di un appassionato, amante del gioco più bello del mondo. Un calcio che nonostante tutto univa ed unisce ancora le persone ai lati opposti dell'oceano, ai vertici opposti delle classi sociali, alle trincee opposte degli accampamenti militari.
Galeano riesce a mettere in queste pagine tutta la venerazione possibile, riportandoci in un attimo all'essenza stessa di quello che non viene considerato un semplice sport, ma un momento sacro, dove lo stadio si trasforma in chiesa e i tifosi in credenti che esibiscono le proprie divinità. Insieme a questo c'è però anche tanta delusione per un calcio che non c'è più, spremuto dal mutamento in business al servizio dei potenti padroni, degli sponsor, dei soldi della FIFA e di tutti quelli che gli girano attorno, riducendo i giocatori ad una merce, svuotandoli dell'estro ed infarcendoli di muscoli e dettami tattici.
Non potevano mancare anche i capitoli dedicati a tutti i Mondiali di calcio disputati, partendo dal primo giocato nella sua terra d'origine nel 1930. Per ciascuno di loro fa un riassunto delle migliori partite, delle batoste storiche (Maracanazo) e dei protagonisti, ma soprattutto del momento storico e culturale che si stava vivendo. Giocati ogni quattro anni, sono sempre stati lo specchio della realtà sociale e politica, basta pensare a quelli giocati sotto il fascismo o la dittatura militare argentina, senza scordarsi «le fonti ben informate di Miami [che] annunciavano l'imminente caduta di Fidel Castro, che sarebbe stato rovesciato nel giro di poche ore»; ma vengono scanditi anche dalle pubblicazioni dei capolavori letterali e musicali di quegli anni. Splendori e miserie è quindi un libro sul calcio ma anche sulla società, semmai queste due cose siano mai state scollegate.


«L'esperanto del pallone univa i poveri del posto con i braccianti che avevano attraversato il mare da Vigo, Lisbona, Napoli, Beirut o la Bessarabia che sognavano di fare l'America innalzando pareti, sollevando pesi, infornando pane o ripulendo strade. Gran bel viaggio aveva fatto il football. Era stato organizzato nelle scuole e nelle università inglesi, e in America del Sud rallegrava la vita di gente che non aveva mai messo piede in una scuola.»

«Si sbagliano di brutto quelli che credono che le misure fisiche e gli indici di velocità e di forza determinino l'efficacia di un giocatore di calcio, come si sbagliano di brutto coloro che credono che i test di intelligenza abbiano qualcosa a che fare con il talento o che esista una qualche relazione tra la misura del pene e il piacere sessuale. I buoni giocatori di calcio possono non essere dei titani scolpiti da Michelangelo e anche molto meno. Nel calcio, l'abilità è più determinante delle condizioni atletiche, e in molti casi l'abilità consiste nell'arte di trasformare i limiti in virtù.»

«Poche cose accadono, in America Latina, che non siano in rapporto, diretto o indiretto, con il calcio. Festa collettiva o collettivo naufragio, il calcio occupa un posto importante nella realtà latinoamericana, a volte il più importante dei posti, malgrado sia ignoto agli ideologi che amano l'umanità ma disprezzano la gente.»

27 giugno 2014

Pier Paolo Pasolini - Scritti corsari

Gli interventi più discussi di un testimone provocatorio, un sottotitolo che meglio non potrebbe descrivere l'opera giornalistica ed intellettuale di Pier Paolo Pasolini. Questo libro non fa eccezione ed anzi rappresenta forse l'esigenza ultima dell'autore, quella di provocare nel lettore una reazione. L'obiettivo è quello di portarlo davanti allo "stato dell'arte" della modernità italiana e consentirgli di affrontarla con uno spirito critico che molto spesso non ha. Lo fa attraverso questa raccolta di articoli pubblicati su giornali e riviste fra il 1973 e il 1975, gli anni delle grandi stragi, della globalizzazione, del monopolio democristiano, del referendum sul divorzio, degli estremismi.
Pasolini affronta tutti questi temi con durezza e senza indulgenza, da intellettuale insomma. Quello che ne emerge è una società uscita dalla seconda guerra mondiale frastornata, passata molto presto dal fascismo del ventennio al fascismo del consumo. La critica probabilmente più importante che Pasolini muove verso la società degli anni '70, che oggi è drammaticamente ancora più valida, è verso la società dei consumi. Definito come il nuovo fascismo e più pericoloso culturalmente rispetto al primo, il consumismo è la caratteristica della modernità, cullata dalle onde di un progresso effimero, del benessere e dei beni di consumo il cui fine è «la riorganizzazione e l'omologazione brutalmente totalitaria del mondo». La democrazia cristiana promotrice di questo passaggio è un'altra vittima illustre dei suoi ragionamenti, colpevole principale dell'omologazione culturale e del passaggio dell'Italia da contadina e paleoindustriale ad una borghesizzazione vuota, «falsamente tollerante, americaneggiante». La chiesa, inoltre, reazionaria per definizione e indissolubilmente dalla parte del potere che «non può che agire al di fuori dell'insegnamento del Vangelo».
Scritti corsari sembra quasi un epitaffio, una summa delle posizioni pasoliniane sull'Italia e sul mondo moderno e forse non è un caso che sia stato l'ultima sua pubblicazione, a cavallo della sua morte. Spesso si sente ripetere che un libro o un pensiero siano ancora attuali, la maggior parte delle volte sono grandi banalità. In questo caso però non si può non sostenere che in Scritti corsari siano racchiuse alcune fra le più lucide e profonde riflessioni del più grande intellettuale italiano del dopoguerra; riflessioni senza tempo.


«L'uomo medio dei tempi del Leopardi poteva interiorizzare ancora la natura e l'umanità nella loro purezza ideale oggettivamente contenuta in esse; l'uomo medio di oggi può interiorizzare una Seicento o un frigorifero, oppure un week- end a Ostia.»

«Ho sempre pensato, come qualsiasi persona normale, che dietro a chi scrive ci debba essere necessità di scrivere, libertà, autenticità, rischio. Pensare che ci debba essere qualcosa di sociale e di ufficiale che "fissi" l'autorevolezza di qualcuno, è un pensiero, appunto aberrante, dovuto evidentemente alla deformazione di chi non sappia più concepire verità al di fuori dell'autorità.»

«I democristiani si sono sempre fatti passare per antifascisti: ma hanno sempre (alcuni forse inconsciamente) mentito. La loro strapotenza elettorale degli anni cinquanta e l'appoggio del Vaticano, hanno consentito loro di continuare, sotto lo schermo di una democrazia formale e di un antifascismo verbale, la stessa politica del fascismo.»

09 giugno 2014

Pino Cacucci - Demasiado corazón

Pino Cacucci scrive storie di mondo, ma questa storia è un po' diversa dalle altre che sono in gran parte polverose e lontane. Stavolta è un racconto dei giorni nostri, davanti al quale tutti siamo chiamati, perchè denuncia le atrocità commesse da una multinazionale in terra straniera. Quello che compie Cacucci è un attacco palese alla modernità neo-liberale ed alla legge del profitto sulle persone, dello sfruttamento e dell'egoismo e lo fa attraverso il suo stile consolidato ed inconfondibile.
A Tijuana si incrociano le strade dei due protagonisti del libro. Da una parte della staccionata c'è Bart Croce, gringo dai lineamenti latini che mal nascondono le sue intenzioni: scendere dagli Stati Uniti per compiere con freddezza e distacco l'unico lavoro per il quale si sente portato, uccidere un uomo. Nessun pretesto romantico però, Bart è il sicario di una potente industria farmaceutica del Nord che da anni continua a sfruttare ed inquinare le terre di un Messico succube ed anche un po' arrendevole. Dall'altro lato c'è invece Leandro, un videogiornalista italiano che in Messico vive per documentare le sue privazioni, le condizioni di miseria in cui versa la popolazione e grazie alle quali il potere ingrassa. Le strade dei due però si incrociano quando una lettera viene recapitata a Leandro, legando così fra loro le vite dei due personaggi principali.
Quello che ne viene fuori è il ritratto di un Messico, indiscusso protagonista, dalle molte contraddizioni e colpe, molte delle quali non sue; prima fra tutte l'essersi trovato al confine di quegli Stati Uniti che tanto hanno abusato di lui, trasformandolo nella fonte delle loro fortune e nella discarica dei loro rifiuti.
C'è tutta la storia di questo sfruttamento all'interno del libro, con una doppia chiave di lettura finale. Se da una parte il retrogusto amaro della storia sembrerebbe non lasciare spazio ad una redenzione, la magistrale chiusura con l'incontro con gli zapatisti a San Cristóbal de Las Casas nella notte della loro prima insurrezione sembre voler lasciare ancora aperto uno spiraglio a questo paese del "troppo cuore".


«Ma quei disgraziati, almeno, avevano avuto un premio di consolazione: poveri, ma non spacciati. E voi li condannate a crepare nel peggiore dei modi. Siete dei Re Mida alla rovescia: tutto quello che toccate diventa immondo. Avete trasformato Tijuana in una cloaca, mister Jason. E lei non può dire di essere estraneo a tutto questo, visto il motivo per cui siamo qui.»

«Ma al pari di un tossicodipendente, premere il tasto rec era la sua sister heroin, e il fluire delle immagini dall'obiettivo all'occhio era come il liquido - tanto amato, tanto odiato - che lo stantuffo spinge nella vena.»

«Non saprei dirti perchè, Leandro, noi messicani amiamo tanto il nostro paese, anche quando ci tratta come schiavi e ci umilia. Però mi piacerebbe capire perchè tu, uno straniero, te ne sei innamorato... Cosa ti ha dato, e cosa ti aspetti dal Messico...»

03 giugno 2014

Infinite Reading


Infinite Jest by David Foster Wallace as infinite reading
Only Lovers Left Alive, Jim Jarmush (Usa, 2013)


Imdb // QSNP // Archivio DFW

17 marzo 2014

David Foster Wallace - Di carne e di nulla

L'ultima novità relativa a David Foster Wallace in ordine di tempo, insieme ad Un antidoto contro la solitudine. Questa volta il testo è stato scritto quasi interamente dall'autore (mentre l'altro era una raccolta di interviste e conversazioni), salvo tre interviste inedite in conclusione per ovviare alla mancata presenza di due saggi presenti nell'edizione statunitense, ma che in Italia sono già stati pubblicati in Il tennis come esperienza religiosa.
Di carne e di nulla è un libro estremamente eterogeneo che raccoglie tutta la non-fiction ancora inedita dello scrittore statunitense, riflessioni in ordine sparso che alternano momenti di assoluta genialità ed effervescenza ad altri dove la lettura è estremamente difficile. Già dal primo racconto però si capisce che, se qualcuno nutrisse un qualche dubbio (da un certo punto di vista perfino legittimo), è destinato presto a redimersi: l'Aids qui non è più uno spettro ma diventa un veicolo di consapevolezza carnale, in un certo qual modo utile alle future generazioni. A volte durante la lettura sembra quasi di trovarsi di fronte ad un microriassunto di tutte le caratteristiche e di una parte di tutti quei temi che Wallace ha toccato durante la sua produzione. Ci sono infatti le critiche cinematografiche (Termitator 2) e letterarie (Borges, Non pervenuti) a volte esageratamente accademiche, come nel caso de Il plenum vuoto, saggio-critico sul romanzo di David Markson Wittgenstein's Mistress: quaranta pagine a me francamente incomprensibili.
Ci sono gli immancabili riferimenti alla matematica (La retorica e il melodramma matematico) e le commistioni stupefacenti fra questi mondi, come in The Best of The Prose Poem quando inspiegabilmente calcola la radice quadrata dell'Isbn del libro.
C'è la condizione di schiavitù dal divertimento (La natura del divertimento) che si insinua in ogni scrittore: «all'inizio, quando cominci a cercare di scrivere di narrativa, tutto lo sforzo si impernia sul divertimento. Non ti aspetti che qualcuno ti legga. Scrivi quasi esclusivamente per farti una sega». E ci sono tanti ma tanti discorsi sulla narrativa e sulle sue implicazioni con la società contemporanea (Su tutti lo splendido Decisorizzazione 2007), riflessioni storicamente tanto care a Wallace: «la narrativa spazzatura è, quanto a intenti e attrattive, del tutto simile a quella della televisione: avvince senza pretendere nulla».
Ma c'è qualcosa di più qui, un passo che poche altre volte ho letto. Si arriva quasi ad intravedere un Wallace politico, specialmente nell'intervista al programma radiofonico Bookworm parlando di televisione, e nelle righe dell'ultimo biglietto intitolato Chiedo soltanto: «Ipotizziamo per un istante che alcune di queste cose abbiano contribuito davvero a rendere la nostra persona e le nostre proprietà più sicure - ne vale la pena? Dove e quando si è tenuto il dibattito politico sul fatto che ne valga la pena?»; addirittura richiamando echi di fascismo culturale.
E' un libro che parte velocissimo, un pugno nello stomaco, ti fa rabbrividire anche se temi che possa diventare l'ennesimo-libro-postumo-che-se-lo-scrittore-non-ha-pubblicato-un-motivo-ci-sarà-pur-stato, ma in realtà si rivela sorprendente, mai banale e con tanti spunti di una qualità altra, che è solo un altro modo per dire superiore.


«Perciò c'è poco da fare gli ingenui: sappiamo per cosa si batte il cavaliere. State pur certi che dopo aver scannato il drago non si accontenterà di un: "Mio eroe" ansimato dalla pulzella. Anzi, conoscendo l'andazzo, il baldo cavaliere mette vita e lancia a repentaglio contro il drago non per "salvare" la vergine ma per "conquistarla". E ogni cavaliere, di ogni epoca, sa dirvi cosa significa in questo caso "conquistare".»

«La nostra emergenza è in parte che ormai si è fortemente tentati di fare così, di ritirarsi nell'arroganza angusta, nelle posizioni preconcette, nei filtri rigidi, nella "chiarezza morale" degli immaturi. L'alternativa è avere a che fare con enormi quantità super entropiche di informazione, ambiguità, conflitto e fluttuazione, è scoprire di continuo nuovi panorami di ignoranza e illusione personali. In sostanza, cercare davvero di essere informati e colti oggi significa sentirsi quasi sempre stupidi, e aver bisogno di aiuto.»

«Nella mia vita personale, il più delle volte mi piacciono cose molto artistiche. Altre invece guardo la Tv in quantità industriali e avrò letto il settanta per cento dei libri di Stephen King. E li ho letti fondamentalmente perchè per un po' voglio dimenticarmi che mi chiamo David Wallace, e che ho dei limiti, e che mi dispiace aver litigato con la mia ragazza.»

10 marzo 2014

Marta Durán de Huerta - Io, Marcos

Curato da Marta Durán de Huerta, la prefazione della versione italiana di questo libro non poteva che essere affidata a chi forse più di tutti ha fatto conoscere il Messico in Italia tramite i suoi scritti e le sue memorie, ovvero Pino Cacucci.
Uscito in prima edizione messicana durante quel fatidico anno 1994 a pochi mesi dalla sollevazione di capodanno, quando l'Ejército Zapatista de Liberazión Nacional occupò San Cristóbal de las Casas ed altre città dello Stato sud-orientale del Chiapas, l'intento del libro, dichiarato dalla curatrice, è quello di «riscattare ed esporre il pensiero degli indios zapatisti».
Ed è proprio questo quello su cui è incentrato Io, Marcos e non sulla definizione della figura del Vicecomandante come parrebbe dal titolo, alla quale lui stesso - in questa che è nei fatti una lunghissima intervista - sfugge continuamente. D'altra parte è proprio Marcos a dirci chi si nasconde dietro questo alone mitico: «se volete sapere chi c'è dietro il passamontagna, è molto semplice: prendete uno specchio e guardatevi» dice, così come non importa realmente il posto nel mondo in cui stai combattendo, non importa per nulla il colore della pelle o a che latitudine od altitudine vivi, se hai il volto scoperto o celato dietro un velo che spoglia tutti da gradi e da gerarchie, cosicchè tutti coloro che hanno il coraggio di dire "adesso basta!" possano sentirsi Marcos.
La personalità del Subcomandante traspare tutta durante la lettura e perfino la sua ironia, cosa difficile da immaginare, ma il centro del libro non è sicuramente il suo personaggio.
Dalle sue parole ci viene raccontata la vita e l'azione dell'EZLN seguendo dei macrotemi delineati dai capitoli. L'indigenismo come punto fondamentale innanzitutto, nel quale spicca il rispetto per la cultura e le tradizioni tipiche (il culturalismo), l'importanza dell'ejido come fulcro irrinunciabile per la vita comunitaria, il femminismo. Per dirla con una parola che riassume tutto: il valore della comunità che è contemporaneamente causa di tutto e fine ultimo, che dà ed esige rispetto.
Ed ancora il locale come luogo d'azione ma in un'ottica nazionale e la montagna come luogo che forma e tempra i militanti. Marcos spiega inoltre che l'EZLN non è catalogabile in una ideologia precisa, ma piuttosto vive laddove esiste un deficit di libertà e democrazia.
Per quanto riguarda la politica, è chiara la sfida aperta al Pri, così come verso l'adesione agli accordi del Nafta; ma non è tanto contro qualcuno che essi combattono, non è tanto contro la Casa Bianca o contro il gringo che puntano la propria azione. La Cina, il Medio Oriente o la stessa Cuba sono cose troppo lontane dalle loro comunità: «vogliamo che ci lascino vivere in pace secondo le nostre forme di governo» ripete incessantemente.
La chiusura è dedicata al discorso tenuto da Marcos alla Convención Nacional Democrática ad Aguascalientes, Chiapas, nell’agosto 1994 nel quale vengono illustrate le finalità della Convenzione e la grande opportunità di riscatto che stava rappresentando per il Messico tutto. Parole che, vent’anni e parecchie sollevazioni più tardi, paiono intatte nella loro profonda importanza storica e culturale.
Molte grazie. Democrazia, libertà e giustizia.


«Il passamontagna è un passamontagna e qualsiasi messicano può infilarsi un passamontagna ed essere Marcos, essere quello che sono io: unirsi a un movimento che sia giusto e legittimo e lottare per i propri diritti, non dico con un'arma, lo si può fare con un microfono, con una penna, con un foglio di carta, con una macchina fotografica.»

«Nell'Ezln non c'è un'ideologia perfettamente definita nel senso classico del termine: marxismo-leninismo, social-comunismo, castrismo... C'è piuttosto un punto comune di congiunzione con i grandi problemi nazionali che coincide sempre nella mancanza di libertà e democrazia.»

«Con il nostro moderno sistema di calcolo abbiamo fatto il conto arrivando alla conclusione che siamo un bordello di gente. Quindi per la stampa è ufficiale: siamo un bordello di gente.»

05 marzo 2014

Colo Colo ’73: La squadra che fermò il golpe di Pinochet

Era già tutto previsto: la marina, l’aviazione e l’esercito pronti a sollevarsi. Boicottaggi, campagne stampa diffamatorie contro il governo socialista, blocchi dei trasporti e l’embargo economico. Poi il Colo Colo fece gol in Copa Libertadores e i piani per il colpo di Stato furono sospesi. Storia della notte in cui El Cacique perse molto più di una partita


Sport e politica, due mondi diametralmente opposti ed apparentemente inconciliabili. Estro contro razionalità, vigore fisico contro lucidità intellettuale. Eppure esistono intrecci incredibili fra questi due mondi; a volte basta un solo episodio e questi si sovrappongono tanto da non capire più dove finisca uno e dove cominci l’altro. Uno di questi episodi è datato 1973 e riguarda il Colo-Colo, squadra calcistica dei sobborghi della capitale cilena, Santiago.

Quella del Colo-Colo 1973, più che di una squadra, è la cronaca di un paese intero, che riuscì per un momento a fermare il corso della sua storia. Un paese che, una volta terminato di ammirare le sue gesta calcistiche, non sarebbe più stato lo stesso. Questo è il punto di partenza di Luis Urrutia O’Nell, che nel libro Historias secretas del furbo chileno (scritto a quattro mani insieme a Juan Cristobal Guarello e pubblicato per la prima volta nel 2005) avanza la propria tesi: il Colo-Colo portò Pinochet alla decisione di posticipare il suo famigerato golpe.

La campagna della squadra guidata da Luis Álamos nella quattordicesima edizione della Copa Libertadores, che si disputò tra febbraio e giugno 1973, fu incredibile. Una marcia trionfale superata solamente nel 1991, anno dell’unica vittoria cilena nella competizione continentale. Quel Colo-Colo era composto da giocatori straordinari: c’era Sergio Ahumada, attaccante potente e pericoloso in area di rigore. C’era Francisco Valdés centrocampista offensivo dal talento cristallino, che detiene ancora oggi il record di gol nel campionato cileno, e c’era Carlos Caszely, attaccante estroso detto “El Rey del Metro Cuadrado” per la sua infallibilità sotto porta.

Caszely in particolare non fu solo idolo del club e capocannoniere di quell’edizione di Libertadores, ma è conosciuto in tutto il mondo per essere il calciatore che negò la stretta di mano al dittatore cileno mentre vestiva la maglia della nazionale, legando così a doppio filo la sua storia personale con quella del suo popolo.

È grazie a questi giocatori che il Colo-Colo fece impazzire i tifosi e il Cile intero, che mai fino ad allora ebbe una squadra così forte fuori dai confini nazionali. Le goleade contro Unión Española, El Nacional e Cerro Porteño e perfino la vittoria per 2 a 1 in casa del Botafogo, in quella che fu la prima vittoria per una squadra cilena al Maracana, il tempio del calcio brasiliano, rimarranno per sempre nella memoria di tutti gli sportivi cileni.

Quelle vittorie si trasformarono nelle “notti del Colo-Colo” quando migliaia di tifosi si riversavano nelle strade per festeggiare il superamento del primo girone, poi del secondo, fino ad arrivare alle finali contro gli argentini dell’Independiente.

L’entusiasmo provocato dal Cacique è l’entusiasmo del popolo cileno, le sue vittorie sono le vittorie di tutti. Lo stesso presidente Salvador Allende, dopo la finale di andata, ricevette la squadra nelle stanze dell’ambasciata cilena a Buenos Aires. «In un paese diviso dalle ideologie, il Colo-Colo costituisce il punto d’unione e di allegria per i cileni», scrive Urrutia O’Nell. Siamo in pieno 1973, Allende con la sua Unidad Popular era in carica da poco più di due anni e aveva cominciato un grande processo di riforme sociali nel Paese. Riforme che però non sono mai piaciute alle destre cilene, né ai vertici militari né tantomeno al presidente statunitense Richard Nixon.

La situazione del paese si fa rapidamente pesante: boicottaggi, campagne stampa diffamatorie contro il governo socialista, blocchi dei trasporti e l’embargo economico degli Stati Uniti sono ormai la quotidianità. Tutte le condizioni previste per il Golpe erano state messe in campo, ormai si attendeva solamente il via dell’operazione, ma quello che non si poteva prevedere erano le vittorie del Colo-Colo in Copa Libertadores.

Gli sponsor a stelle e strisce di Pinochet percepirono tutta questa effervescenza popolare causata dalla squadra, che continuava a mobilitare la gente per le strade. Una effervescenza che diventa uno scoglio insuperabile per l’intervento militare, fino al punto di dover essere rimandato ad un momento più propizio. «Mientras Colo-Colo gane, el Chicho [come veniva affettuosamente chiamato Allende] está seguro», è una frase che si sentiva spesso fra i militanti filo-governativi, e il Cacique continuava a vincere.

Il resto è già scritto negli almanacchi e nei libri di storia. Entrambe le finali finiscono in pareggio: 1 a 1 all’andata ad Avellaneda e 0 a 0 il ritorno a Santiago, con l’Estadio Nacional ricolmo di 80 mila persone e un clima di travolgente passione già dai giorni precedenti la partita. Per decretare il campione serve uno spareggio, che si gioca il 6 giugno a Montevideo e stavolta vede vincente l’Independiente per 2 a 1.

I sogni del Colo-Colo si spengono, l’entusiasmo è finito e la gente dalle piazze fa ritorno nelle case. La difesa è saltata, il portiere accerchiato e Pinochet, nella partita che mette in palio il futuro del paese, è finalmente libero di segnare. Tre mesi più tardi le stesse piazze che prima erano traboccanti di entusiasmo diventeranno lo scenario di un colpo di stato. Alle bandiere si sostituiscono aerei e mezzi militari e quello stesso stadio che ospitò le gesta dell’equipo del pueblo viene trasformato in un lager a cielo aperto.
Quella sera del 6 giugno 1973 i cileni forse persero molto più di una partita di pallone.

articolo pubblicato il 20/02/2014


Pangea News // Historia secretas del futbol chileno

21 febbraio 2014

Buon compleanno David Foster Wallace

Buon cinquantaduesimo compleanno, Dave. La tua data di nascita l'avresti scritta in una nota a piè di pagina. Poi ne avresti calcolato la radice quadrata. L'avresti scomposta e riassemblata per renderla aderente alla realtà. Avresti temuto di diventare noioso. Ci avresti raccontato del perfetto barbecue di compleanno. E infine avresti trovato tutto questo incredibilmente divertente.


Lo fa sentire speciale, è vero. Ma essere speciali non è molto lontano dall'essere Soli


Archivio DFW

14 gennaio 2014

David Foster Wallace - Un antidoto contro la solitudine

Sono due le ultime uscite che riguardano David Foster Wallace in questo 2013: Di carne e di nulla e, appunto, Un antidoto contro la solitudine. Questo libro, a differenza del primo, non esce dal pungo del geniale scrittore statunitense, ma è una raccolta di interviste e conversazioni alle quali ha preso parte nel corso degli anni: precisamente fra il 1987 e, ovviamente, il 2008. Molti hanno gridato al raschio del barile, del fatto che si arriverà a pubblicare, come detto, anche le sue liste della spesa qualora ne avesse conservate. Trappola nella quale cadrei assolutamente anch'io, perchè sia chiaro: qualsiasi cosa riguardante DFW è senza ombra di dubbio degna di essere letta.
Detto questo, non ci si può certo aspettare una pubblicazione sbalorditiva essendo una raccolta di interviste. Ed effettivamente alcune di esse sono sinceramente inutili, con domande banali e lette ormai un milione di volte (sulla lunghezza di Infinite Jest, sulle lauree in filosofia e matematica), nelle cui trascrizioni si evince dallo stesso tono di Wallace una certa insofferenza: «Sono pessimo nelle intervite e le faccio solo se costretto con la forza». Domande del tipo: «Come riassumeresti la tua vita, dalla nascita all'estate del 2005?» oppure «Cosa preferisci fare tra giocare a tennis, andare al cinema, scrivere un romanzo di mille pagine [...]?» Nulla arricchiscono, nulla spiegano e il suo disagio si legge forte.
Ma fra molte di queste ce ne sono alcune che sono dei piccoli gioielli da custodire e che, c'è da giurarci, faranno la gioia dei più appassionati. In queste conversazioni disseminate qua e là emerge tutta la brillantezza di uno scrittore che aveva capito tutto, ma non ha avuto la forza di accettarlo. C'è Un'intervista estesa a DFW dove l'autore si dilunga in una conversazione sui suoi scritti ma anche sullo stato della letteratura post-moderna statunitense e quindi della società in generale, con il critico letterario Larry McCaffery, che potrebbe essere tranquillamente utilizzato come testo d'esame (favolose le discussioni sul rapporto fra materialismo e realismo con la R maiuscola). C'è Una conversazione con DFW e Richard Powers nella quale i due scrittori esplorano la letteratura come impresa, i lettori, il doloroso processo creativo. E poi c'è Gli anni perduti e gli ultimi giorni di DFW, articolo di David Lipsky pubblicato originariamente su Rolling Stone: una cavalcata drammatica della vita, delle opere, della malattia e del genio che stava dietro Foster Wallace.
Non saprei dire se sia una lettura consigliata a chi ha già letto tutto oppure vederla più in una veste propedeutica. Riassumere Wallace in poche righe non è né facile né di certo indicato: è necessario leggerlo in prima persona e assaporare tutta la complessità della sua mente, perchè dopotutto, come lui stesso sostiene, «la concisione non è il mio forte».


«Volevo scatenare l'esplosione da Armageddon che in fondo è sempre stato l'obiettivo della metafiction, volevo farla finita una volta per tutta, e poi, partendo dalle macerie, riaffermare l'idea che l'arte sia uno scambio vivente fra esseri umani, uno scambio che può essere eroico, altruistico, sadico. Dio mio, anche solo a parlarne mi viene da vomitare. Che cosa pretenziosa. I venticinquenni bisognerebbe chiuderli a chiave da qualche parte negandogli carta e penna.»

«Oggi ho ricevuto 500.000 informazioni distinte, ha detto una volta, delle quali forse venticinque sono importanti. Il mio lavoro consiste nel trovarci un senso.»

«Arrivava a quasi 1700 pagine. Ero assolutamente terrorizzato al pensiero di quanto sarebbe diventato lungo, mi ha confessato. Disse al suo editor che sarebbe stato un buon libro da spiaggia, nel senso che la gente poteva usarlo per farsi ombra.»

23 dicembre 2013

Pino Cacucci - Ribelli!

Sono diciassette, suddivisi in tredici capitoli, i ribelli di Pino Cacucci. Persone comuni, gente in mezzo alla gente, a volte gli invisibili come li chiamerebbe Bukowski. Ognuno di essi con la propria storia che l'autore ci racconta con dovizia di particolari, inseriti nel loro contesto storico ma soprattutto umano, in un pellegrinaggio che parte dalla Romagna e, passando per l'America Latina, arriva fino alle spiagge californiane. Fa il giro del mondo Cacucci per raccontarci queste storie vere di gente vera, ognuna delle quali ha dato la vita per le proprie idee, qualunque esse fossero.
E così si passa da Silvio Corbari, il partigiano emiliano che si prendeva gioco delle milizie nazifasciste, alle storie legate alla guerra civile spagnola di Quico, a Tamarita la bellissima guerrigliera al fianco di Che Guevara.
Cacucci opera su due fronti: da un lato fa una ricostruzione storica dei fatti narrati con tanto di ricerche d'archivio, documentando così ogni sua parola (con pure una breve bibliografia di riferimento in appendice); dall'altra l'elaborazione personale e l'aspetto umano dei personaggi che ci vuole mostrare è evidente, tanto quanto l'attaccamento a loro, come nel caso della lunga parabola finale dedicata a Jim Morrison: «quelli come te, Jim, rappresentavano il pericolo di non poter più trasformare i ragazzi in carne da macello, il rischio di non poterli insaccare dentro le uniformi senza che fiatassero.»
C'è poi la storia del vero Lupin, che somiglia più ad un Robin Hood moderno dal mantello rosso-nero che ad un ladro gentiluomo; ci sono Villa e Zapata in Messico; ci sono Argo Secondari e i suoi Arditi del Popolo, una storia obbligatoriamente da conoscere; c'è Tupac Amaru, il liberatore inca; e non potevano naturalmente mancare Sacco e Vanzetti.
Una grande eterogeneità di personaggi e di storie accomunate dai loro spiriti liberi, il loro essere ribelli per natura e per vocazione. C'è tanta politica in questi racconti e ci sono tanti ideali, ma dove c'è buona politica si trova facilmente anche una grande dose di umanità ed essi stanno lì a ricordarci che «i popoli che dimenticano il proprio passato sono condizionati a riviverne gli errori e gli orrori [...] A quanto pare, arricchirsi acceca e cancella la memoria...»


«Quando tocca a Casadei, si mette il cappio da solo. Ma tirano la corda con eccessiva foga, e questa si spezza. Dopo qualche minuto, Casadei ripete la scena, e stringendosi il nodo scorsoio dice ad alta voce il dialetto romagnolo: Siete marci anche nella corda!»

«Ai primi compagni che si uniscono a lui [Alexandre-Marius Jacob, il vero Arsenio Lupin], dichiara: Bisogna colpirli nell'unico punto sensibili che hanno: la cassaforte. Non è con il terrorismo che si ottiene l'emancipazione degli sfruttati. Ma il buonsenso e la simpatia del popolo sarano dalla nostra quando dimostreremo di dare la caccia alle ricchezze accumulate alle sue spalle, perchè per essere oscenamente ricchi occorre aver sfruttato il sudore e il sangue della povera gente.»

«Come fummo arditi in battaglia, con l'istinto insofferente radicato nell'animo, noi siamo sempre i ribelli. [...] Il campo è ormai ben delineato: lavoratori da un lato, parassiti, energumeni e aggressori dall'altro. [...] Noi Arditi, che non ci vendemmo né prostituimmo, noi che restammo incontaminati dalle imperialistiche passioni, reparto anarchici per eccellenza [...] noi sovversivi nel senso più vasto della parola, non daremo mai il nostro braccio per le tirannie...»

04 novembre 2013

Massimo Carlotto - Le irregolari

Chi sono queste irregolari enfatizzate dal titolo di questo libro? Sono le Madres, ma soprattutto le Abuelas de Plaza de Mayo che ormai da più di quarant'anni si battono contro un passato crudele, una ferita che non si è mai rimarginata. Queste donne straordinarie combattono non solo per mantenere vivo il ricordo dei loro parenti ed amici torturati e assassinati, ma sono impegnate ancora oggi nella ricerca dei loro desaparecidos e per ritrovare i bambini, loro figli e nipoti, dati in affidamento a famiglie compiacenti e vicine alla dittatura militare.
Massimo Carlotto ci porta letteralmente con sé in giro per Buenos Aires a bordo dell'autobus che la sera fa tappa nei luoghi dell'orrore, dove venivano sequestrati gli oppositori al regime. Un Horror Tour infinito, dove ogni calle ha qualcosa da raccontare, dove ogni famiglia ha vissuto un dramma. Sono frammenti quelli che ci racconta Carlotto, ognuno di essi tristemente vero. Sono così tanti che alla fine non distingui più dove ne finisce uno e dove ne comincia un altro: «es siempre la misma canción. Non ti sei accorto che le storie sono tutte uguali?».
Dal momento in cui attraversa avenida Corrientes e sale all'appartamento del quarto piano, l'autore-protagonista si ritrova immerso nelle battaglie delle Abuelas e sarà travolto dalla loro forza vitale, dalla loro voglia di giustizia, dal loro non arrendersi. In una parola dal loro amore. Fra le righe di una narrazione scorrevole si sprecano i riferimenti ai nomi e cognomi dei buoni e dei cattivi, gli articoli di giornale, le date, i fatti, i processi, le ricostruzioni storiche, perfino le spiegazioni quasi accademiche. C'è tutta la società argentina di quegli anni tanto fulminei quanto drammatici dentro a questo libro, o almeno quello che può esserci in un romanzo storico. Senza dimenticare (soprattutto nell'ultima parte) i riferimenti alle lotte fuori dal confine: Perù, Cile, Nicaragua, laddove le vicende spingono Carlotto, a ricordarci che tutto questo non è solamente argentino, ma che tutto il continente latinoamericano è parte della stessa triste storia.
In queste duecento pagine c'è tutto l'orrore, la barbarie, la disperazione di chi un giorno è rientrato a casa e non ha trovato più i suoi cari, che una patota se los llevaron. C'è tanta sofferrenza raccontata e, salvo per le ultime righe, anche poca speranza. Il libro è scritto in piena presidenza Menem e la disillusione per una giustizia che non arriva e mai arriverà è più grande di qualsiasi cosa (sarebbe bello sapere oggi cosa ne pensa l'autore, dopo la storica riapertura dei processi operata dai Kirchner e le condanne per i militari).
Quelle ragazze irregolari, incuranti di tutto, continuano a marciare ogni giovedì in Plaza de Mayo con il loro fazzoletto bianco sul capo. Continuano a cercare i loro figli e a restituire loro l'identità rubata, continuano a cercare verità e giustizia e c'è da giurarci che non si fermeranno mai, perchè per finire quest'Horror Tour «non ti basterebbero tutte le notti della tua vita».


«I miei figli erano italiani. Prima hanno sequestrato Michelangelo, poi Silvia. Me l'hanno portata via sotto gli occhi, ai piedi della scalinata di una chiesa. Mi feci il segno della croce. Fu il mio modo di dirle addio.»

«Quando hanno portato via i miei figli avevo solo quarantotto anni e mi sono sentita vecchia; oggi ne ho sessantotto ma mi sento vent'anni più giovane perchè ho imparato che l'unica battaglia che si perde è quella che si abbandona, e perchè ho imparato a non patteggiare, a non arrendermi, a non tacere. E tutto questo me l'hanno insegnato i miei figli.» 

«- Pensi che ce la faranno? - No. Sarà la solita banda di sognatori che impugna le armi perhè non sopporta la tirannia e la fame. Tenteranno qualche azione disperata e saranno tutti ammazzati perchè in questo mondo chi rischia la vita per salvare dei prigionieri è solo un romantico dilettante. Gli altri invece sono dei professionisti della ferocia. E' tutta qui la differenza tra vincitori e perdenti.»

16 agosto 2013

Andrea Segrè - Vivere a spreco zero

Vivere a spreco zero non è un libro sulla storia dello spreco in Italia, non è nemmeno una pubblicazione piena di cifre e percentuali comprensibili per addetti ai lavori e non, non è neppure un manuale; ma allo stesso tempo è tutte queste cose insieme. Scritto da Andrea Segrè, professore, ricercatore, esperto di politica agraria nonché il massimo sperimentatore a livello italiano di progetti legati al consumo (Last Minute Market), questo libro ha tutta l'intenzione di fungere da vera e propria guida pratica per consumatori, famiglie, ma anche per le amministrazioni pubbliche, alle buone pratiche di consumo.
Un libro sì per sensibilizzare, ma anche per educare i cittadini al miglioramento ed all'efficienza in tema di acquisti, energia, acqua, mobilità e rifiuti per se stessi e per l'intera collettività in un'ottica non più eludibile e che rappresenta una delle grandi sfide globali: quella dello Sviluppo Sostenibile e dell'Ecologia.
Non è quindi una lettera aperta o un un semplice lungo elenco di sprechi, di quelle lettere che vengono nella stragrande maggioranza dei casi cestinate ancora prima di venire lette, al contrario è uno sguardo sul mondo reale ed una vetrina di buone pratiche. Una disanima disincantata, ma anche positivista, che non chiude le porte alla possibilità di cambiare lo stato delle cose, ma anzi le spalanca di fronte a noi.
Un libro per il presente, ma con lo sguardo immancabilmente proiettato al futuro.


«Che mondo è quello in cui viviamo? E quanto può durare? Un mondo che deve mantenere la sua musica [...] La chiave, dunque è la sostenibilità (meglio ancora il francese durabilité): durare, mantenersi nel tempo, di generazione in generazione, essere capaci di adottare una visione-azione di lungo periodo, sia in campo economico sia ecologico, per tenere conto dei diritti di chi verrà dopo di noi e delle conseguenze future delle nostre azioni odierne.» 

«Potrà sembrare strano, ma il punto di partenza per vivere a spreco zero è cominciare dalla fine, guardare al fondo delle nostre vite, osservarci da dentro. E qual'è la nostra fine, pensandoci bene? I rifiuti. I rifiuti sono una sorta di specchio, ci dicono molto sulla nostra identità, su noi stessi e talvolta anche su chi ci sta accanto.»

«"Il potere ipermoderno non ha bisogno di sudditi ma di liberi consumatori!" Lo diceva già Pier Paolo Pasolini qualche decennio fa. A queste due forme di etero-direzione la cittadinanza può contrapporre la via di una comunità costruita a partire dalla libertà, un equilibrio delicato e prezioso fra diritti e doveri, attenzione e passione, emozione e progetti, ambizioni provate e pubbliche virtù: l'homo civicus, il cittadino attivo.»

08 luglio 2013

Gabriel García Márquez - Cronaca di una morte annunciata

Leggere Cronaca di una morte annunciata è simile alla costruzione di un puzzle: le vicende dei personaggi che si susseguono a spezzoni sono come le tessere che si posano sul tavolo per ricostruire l'immagine nella sua totalità. Affascinante, se pensiamo che sappiamo già come andrà a finire, così come vediamo l'immagine da costruire sopra la scatola seguendone i contorni per facilitarci l'opera di ricostruzione.
Però non sai mai quale pezzo ti capiterà in mano, né quando i fratelli Vicario vendicheranno il disonore della sorella o se Cristo Bedoya - indubbiamente il personaggio più interessante, seppur collaterale - riuscirà a prolungare l'attesa infernale. Quello che si sa è però che Santiago Nasar non riuscirà a sopravvivere al suo atto diabolico, se poi effettivamente se macchiò. Il tutto rimane sospeso dall'onniscenza celata del narratore, che ricostruisce gli spostamenti e le azioni dei personaggi stoppando l'attenzione sul più bello e riprendendola ogni volta da un'angolazione diversa. Costruisce il perimetro, poi incastra qualche pezzo qua e là, riesce ad avere una visione d'insieme e poco a poco i volti, i caratteri e le dinamiche vengono messe a fuoco.
L'impressione nella lettura è che, seppur non esplicitamente ambientato in Colombia, esso abbia poco di latino e non ci ridia molto della vita vissuta. Lo stesso tema centrale dell'onore infranto e della famiglia ha forse poco di latino e molto di mafioso.
Il libro potrebbe essere facilmente un ritratto gangster a tratti truculento, tarantiniano. Ma a mio avviso finisce per essere un grande esercizio di stile e di sperimentazione un po' fine a se stesso.



«Qualsiasi uomo sarà felice con loro, perchè sono state allevate alla sofferenza.»

«La convinsero, infine, che la maggior parte degli uomini arrivavano così spauriti alla notte di nozze che erano incapaci di fare alcunché senza l'aiuto della donna, e nell'ora della verità non potevano rispondere delle loro azioni.»

«Ma la maggior parte di quelli che avrebbero potuto far qualcosa per impedire il delitto e tuttavia non lo fecero si consolò con il pretesto che le questioni d'onore sono recinti sacri ai quali hanno accesso soltanto i padroni del dramma.»

20 aprile 2013

Pino Cacucci - Nahui

Sono rimasto spiazzato da questo romanzo, scritto da quel Pino Cacucci che è maestro nei racconti brevi e nelle storie di personaggi e che attraverso di esse ho imparato ad amare. Ma l'impasse iniziale nel trovarsi di fronte qualcosa di inesplorato lascia il posto, una volta conclusa la lettura, alla consapevolezza che questa è una delle sue storie, Nahui uno dei suoi personaggi, il Messico e la sua rivoluzione il suo sfondo naturale. No, nemmeno qua Cacucci si smentisce, sfoderando un romanzo la cui figura centrale lo totalizza completamente.
Forse non è uno dei suoi migliori libri, dal mio punto di vista, ma è un libro vivo, dinamico, vibrante, altamente crudele ed a tratti persino erotico.
La vicenda qui narrata è quella di Carmen Mondragón, ragazza divenuta donna, di famiglia militare ed aristocratica coinvolta in colpi di stato e appoggi a dittature, della sua ascesa e del suo declino sociale. Nahui Olín è l'alterego della Carmen che in casa viveva un legame tragicamente incestuoso con il padre: «Per lasciare Manuel, mio padre, sposavo Manuel, quel señorito meschino e imbelle...» Era il suo nome d'arte, conosciuta così negli ambienti culturali di Città del Messico: lei pittrice, poetessa, compositrice ed autentica musa di tutti gli artisti che entrassero in contatto con il suo incredibile fascino. Era diventata una diva, nonostante un matrimonio ambiguo almeno quanto il marito ed una maternità terminata con un dramma irreparabile. Sullo sfondo di un Messico caldo e tormentato, Nahui ha sempre avuto il merito di saper vivere al limite tutte le esperienze che la vita le mise davanti. Mille storie d'amore hanno allietato le sue notti, alla ricerca di un piacere che consisteva in una scoperta continua, non puramente fisica, ma personale. Ricercava il più alto significato di godimento, che durante il giorno le permetteva di scrivere e dipingere, ma che soltanto di notte si scopriva fatalmente: «Ho un corpo così bello che non potrei mai negare all'umanità il diritto di contemplare quest'opera.»
Fino ad arrivare al suo declino. Un declino sociale, non umano, perchè anche se la sua fisicità, il suo erotismo innato resta ormai impresso solamente nelle fotografie che vendeva lungo l'Avenida Madero al suo tramonto, la mente di questa splendida donna rimase lucida ed acuta fino all'ultimo giorno, fino a quando non si addormentò per sempre. Senza rimpianti, malgré tout.


«Manuel sarà stato anche un colto e raffinato figlio di puttana, un giovane ambizioso che mi stava usando per aprirsi la strada, un elegante profittatore dai modi garbati, tutto quel che si vuole, ma... almeno avrebbe apprezzato il mio corpo, di questo ero certa, e il resto non importava »

«"Il tuo corpo è la tua opera d'arte assoluta e ineguagliabile: lascia perdere le tele e dedicati ad amare". Lei sul momento, nel "parossismo della carne", non se ne curava, poi, quando si metteva a dipingere, lo faceva per se stessa. Dipingeva come faceva l'amore: cercava il piacere, non si preoccupava di darlo. Quello di lui era fin troppo evidente.»

«Ahora sì, Pelona: il sole è alto in cielo e io non ho più voglia di fissarlo, di sentire il peso di doverlo accompagnare nel suo cammino...»

19 marzo 2013

Luis Sepúlveda - Il vecchio che leggeva romanzi d'amore

La storia che in queste pagine ci racconta Luis Sepúlveda è quella di Antonio José Bolivar Proaño, vecchio abitante di una capanna ai margini della foresta Amazzonica, l'ultimo avamposto prima della natura incontaminata, o forse il primo. Il vecchio che è un tutt'uno con la sua foresta, vivendo in simbiosi con essa, seguendo i dettami degli indios shuar e fedele ai più alti disegni divini che in essa si manifestano. Il vecchio che vive in solitudine, che legge romanzi d'amore e che trova nella lettura «l'antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia», «la scoperta più importante di tutta la sua vita».
Il rapporto del vecchio con la natura è quindi la chiave del racconto, con un climax prepotente che lo vede dapprima una semplice figura insolitamente colorita all'interno delle dinamiche sociali e culturali del posto, fino all'apoteosi della lotta con la femmina di tigrillo. Una lotta materiale ma soprattutto interiore che fa avvicinare tanto la bestia all'uomo attraverso l'umanità con la quale si prende cura del "compagno morente"; quanto l'uomo alla bestia, con il manifestarsi dello spirito di sopravvivenza naturale. Tanto che al termine dell'avventura non si avvertirà alcuna differenza fra l'uno e l'altro. Essi si fonderanno in un'unicità mistica, per cui la morte fisica di uno è la morte interiore dell'altro.
Ma c'è un altro aspetto di primaria importanza insito nel libro: i gringos, coloro i quali danno inizio alla furiosa lotta fra il vecchio e la bestia. L'incarnazione della figura del sindaco è emblematica: la sua stupidità, nonostante fosse persona istruita, non manca di essere sottolineata quante più volte possibili. La sua stazza fisica lo qualifica come benestante. Il non seguire i dettami ordinatigli dai suoi accompagnatori lungo la foresta (gli stivali che ne rallentano ulteriormente l'andatura, le urla, il fuoco, gli spari), la sua rozzezza e l'assoluta mancanza di alcun senso della natura delineano la chiara figura dell'uomo bianco venuto per distruggere il fragile equilibrio senza alcun senso del pudore e del limite. In una parola il conquistadores che non ha bisogno di domandare ed al quale tutto è concesso senza limitazioni. Salvo poi fuggire quando il pericolo è davanti ai suoi occhi.



«Era amore puro, senza altro fine che l'amore stesso. Senza possesso e senza gelosia. "Nessuno riesce a legare un tuono, e nessuno riesce ad appropriarsi dei cieli dell'altro nel momento dell'abbandono.»

«Una legge misteriosa gli diceva che ucciderla era un imprescindibile atto di pietà, ma non di quella pietà prodigata da chi è in condizione di perdonare e di regalarla. La bestia cercava l'occasione di morire faccia a faccia, in un duello che né il sindaco né gli altri uomini avrebbero potuto capire.»

«Antonio José Bolivar Proaño si tolse la dentiera, l'avvolse nel fazzoletto, e senza smettere di maledire il gringo primo artefice della tragedia, il sindaco, i cercatori d'oro, tutti coloro che corrompevano la verginità della sia Amazzonia, tagliò con un colpo di machete un ramo robusto, e appoggiandovisi si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, e verso i suoi romanzi, che parlavano d'amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana.»