Solo storie, storie e ancora storie.
Alcune in prima persona, altre dove parla di sé stesso, ma sempre tragicamente vere. Sesso, sbornie e discorsi sull'inutilità della poesia come del posto fisso sono ormai rituali che si susseguono insistentemente, ma che trovano una particolare posizione in questo libro, quasi fossero incatenate le une alle altre mano a mano che si leggono i diversi racconti.
C'è libertà nei racconti, quel velo di incomprensibilità che li rende affascinanti sopra ogni cosa. Questa libertà è data dal fatto che questi racconti furono scritti per la rubrica, Taccuino di un vecchio sporcaccione appunto, di Open City, giornale underground di Los Angeles degli anni '60 che gli lasciava la massima libertà di inventiva, di scrivere ciò che voleva. Questa libertà probabilmente era ciò che andava cercando da anni, e infatti la cavalcò faccia al vento, la divorò, se ne prese le cose belle e le cose cattive, ma una cosa è sicura: nessuno lo mise mai in guardia dei pericoli, nessuno gli venne mai a dire ciò che era giusto fare e lei, Signora Libertà, fedele al suo più devoto discepolo, non gli si rivoltò mai contro.
Ci sarebbe molto da imparare.
"Il culo è la faccia dell'anima del sesso"
"Qualche rara volta sono un artista; di solito però non sono nessuno"
"Se dio avesse la figa, tu saresti dio, un po' più generosa di lui. Tu sei sacra, hai classe, faglielo sapere!"
"Qualche rara volta sono un artista; di solito però non sono nessuno"
"Se dio avesse la figa, tu saresti dio, un po' più generosa di lui. Tu sei sacra, hai classe, faglielo sapere!"
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